Tutti abbiamo nel cuore un luogo che ci fa sentire a casa anche se distanti.

Può trattarsi di un angolino all’ombra di un grande albero, di una grande piazza, di una casetta al mare o di una locanda di montagna.  È quel luogo che dà sempre la sensazione di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, dove il corpo si rilassa e l’animo fa pace con le sue nevrosi.

Il mio luogo del cuore è una panchina al centro di Roma. Lo so, mi piace vincere facile, Roma è Roma. Capitale del mondo, città eterna, dove tutto ha qualcosa da raccontare e ovunque ti giri respiri storia e bellezza.

La mia panchina, però, è lontana dal rumore dei fasti e dalle luci della ribalta. A due passi dall’isola Tiberina e facilmente raggiungibile a piedi dal Vaticano, si trova su una grande via – che poi è come una grande piazza – silenziosa testimone di una pagina triste della nostra Storia: è la panchina di via del Portico d’Ottavia che dà le spalle alla scuola ebraica e che si affaccia su Palazzo Manili. È lì che mi riposo dal mio solito giro che ormai da tre anni compio alla scoperta del ghetto ebraico di Roma ed è da lì che contemplo un mondo più vicino a me di quanto possa pensare, quello della comunità ebraica più antica d’occidente.

Non mi stanco mai di ritornare. Ogni anno scopro qualcosa di diverso tanto da raccogliere nel tempo informazioni e curiosità fino a stilare una sorta di lista fai da te su cosa vedere/fare/mangiare/ in questo magnifico quartiere, lista che adesso vorrei condividere con voi.

Entrando dal Lungotevere de’ Cenci, la Sinagoga in via del Tempio è la prima tappa. Eretta nei primissimi del ‘900, s’innalza in tutta la sua magnificenza come a dominare l’intero ghetto. In stile Liberty, si eleva su tre piani: quello terreno con due navate laterali, al centro delle quali si trova coperto da una spessa tenda il Rotolo della Legge; quello superiore chiamato matroneo e quello sotterraneo che ospita il museo e il Tempio spagnolo.

 

 

 

 

 

 

Interno SInagoga

 

Sulla stessa via si trova la libreria Kiryat Sefer, la libreria della comunità, il must di ogni mio viaggio. Ogni volta che ne varco la soglia, Libreria Kiryat sefer

chi mi accompagna sa già che non ne uscirò prima di un’ora. Il locale è piuttosto piccolino ma contiene un mondo di libri di cucina
kosher , di letteratura, libri sacri e per bambini. Ha anche un angolino dedicato alla vendita di oggetti sacri, tipo mezuzot  o il candelabro a sette bracci detto in ebraico menorah.

Al termine di via del Tempio si arriva in via del Portico d’Ottavia, la via principale (il nome della via ricorda ciò che resta del monumento che l’imperatore Augusto fece costruire per la sorella. Le rovine sono ancora presenti e visitabili nel ghetto). Qui la prima tappa è sempre e solo una: il forno Boccione. Gestito da non so quante sorelle (ogni anno ne conosco una nuova), da generazioni sfornano squisiti dolci della tradizione ebraico – romanesca. Ginetti, bruscolini, i cornetti caldi del mattino con crema al latte ma anche vuoti, challah con i canditi, biscotti alle mandorle, e poi le specialità ovvero la torta di ricotta e visciole (ricetta segretissima) e, ciliegina sulla torta, la pizza ebraica. È un tripudio di frutta secca e canditi fatti in casa, cotta fino a quasi bruciarla. La mia passione: lo scorso anno ho lasciato Roma con un vassoio colmo di 50€ di pizza, biscotti e biscottini.

pizza ebraica

All’angolo opposto, in Piazza Costaguti si trova ‘L’arte del pane’, l’antico forno Urbani. Lì, oltre a buonissime e svariate forme di pane e grissini (tutto rigorosamente Kosher), ho provato la classica pizza rossa. Se la si becca appena sfornata il rischio di morire per la troppa bontà è molto elevato. In vita mia non ho mai assaggiato qualcosa di così buono. Purtroppo non ho foto di questa bontà: la gola ha sempre la meglio sul buon senso.

Tornando in via del Portico D’Ottavia, se lo stomaco riserva ancora tanto spazio libero, vale la pena fermarsi nei diversi ristoranti Kosher. Li ho provati quasi tutti: ogni volta si entra snelli e pimpanti e si esce ancora più felici e obesi. Rigorosamente d’obbligo il carciofo alla giudia, la concia di zucchine e la carne secca.

Ma le sorprese non finiscono qui. Può capitare, infatti, strada facendo, di inciampare su delle piccole mattonelle e dover quindi abbassare lo sguardo verso il basso. Si tratta delle pietre d’inciampo,

pietre di inciampo

piccole targhe commemorative in bronzo e in stile sampietrino, poste dinanzi ad alcune abitazioni, con su inciso il nome, la data di nascita, il luogo di deportazione e la data di morte di chi lì ha vissuto fino alla mattina del 16 ottobre 1943 . L’obiettivo della nobile iniziativa è dare un’identità a chi è stato ingiustamente ammazzato non come persona ma come numero. Inciampare su di esse e fermarsi a leggere le incisioni permetterà di scongiurare il pericolo dell’oblio, sempre in agguato.

E così, stanca delle lunghe passeggiate, piena di acquisti in libreria e con la pancia strapiena, mi siedo sulla mia amata panchina e mi guardo intorno: la lunga fila da Boccione, bambini che escono da scuola, uomini in kippah, camerieri che aggiornano il menù del giorno sulla lavagnetta. Penso a quello che è successo, alle perdite che ha subito il quartiere (nessun bambino tornò vivo) e non posso non ammirare la costanza e la dignità di un popolo che, ormai da secoli, è sempre capace di rialzarsi e ricominciare da capo.

Magari con qualche ferita in più, ma sempre più forte di prima.

 

(foto di proprietà dell’autore)

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