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Una storia di amore e di tenebra

“Mentre gli uomini nascono e muoiono, i libri godono di eternità. Perchè le persone le si può uccidere come formiche, un libro no”

È a questo desiderio di perpetuità che Amos Oz  affida le sue memorie, il ricordo di un’intera vita. Dalle origini della sua famiglia (più di cento anni di storia familiare) fino al suo arrivo in Kibbutz, il racconto autobiografico si snoda in un alternarsi tra passato e presente, tra una Gerusalemme ancora ferita da quanto accaduto in Europa e sottomessa al controllo inglese e una Tel Aviv tutta splendore.

Due le forze che governano le esistenze dei personaggi (una galleria molto vasta: zii eruditi, nonne ossessionate dai germi, nonni donnaioli, padri insoddisfatti e madri depresse): l’amore e le tenebre. Come due estremità di una stessa corda esse si impongono nelle vite dei Klausner – vero cognome di Oz – fino a spezzarsi.

Questo è senza dubbio il nodo centrale della narrazione, la vita che si spezza e finisce. Il suicidio della madre a qualche mese dal Bar mitzwah del tredicenne Amos sarà infatti per lui la molla che lo spingerà a dedicarsi alla scrittura per dare l’immortalità a chi la morte l’ha scelta.

Un romanzo importante, impegnativo, a tratti pesante ma misurato nelle parole e mai esagerato, dove il rancore, il sentimento, la paura, la nostalgia, la paura si nascondono tra i ricordi. Sta al lettore trovare tutto questo e avvicinarsi così all’animo di un uomo che ancora oggi grida il suo perché contro chi gli ha dato la vita.

“Se fossi stato laggiù accanto a lei in quella stanza avrei di sicuro fatto il possibile per spiegarle perché no. E se non fossi riuscito a spiegarglielo avrei fatto di tutto per suscitarle compassione, pietà per il suo unico figlio”