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Soli e perduti

“Non sai mai quanto a fondo una persona ti si è conficcata nel cuore finché non cerchi di strapparla via”

Sono pochi gli autori in grado di parlare dell’amore – e di raccontarlo – con irresistibile ironia, senza però violarne la tenerezza. In “Soli e perduti'” Eshkol Nevo questo lo fa magistralmente, regalandoci una storia esilarante ma dal notevole spessore morale.
Tutto parte dal desiderio dell’anziano Geremia Mendelshtorm di donare una grande somma di denaro per la costruzione di un mikveh nella Città dei Giusti per onorare il ricordo della defunta moglie. Ma proprio quel mikveh sarà la causa di un divertente equivoco: il suo utilizzo, infatti, avrà poco a che fare con la voglia di purificarsi.
Da qui partono mille storie, mille voci, mille volti tutti accomunati da una inguaribile solitudine interiore.
Ben Zuk, Danino, Anton, Ayelet, Katia, Daniele e Naim sono come degli assoli perduti, uccelli migratori che appaiono inaspettatamente lontani dalla loro abituale rotta.

Soli e perduti
Soli e perduti

Qual è il loro posto nel mondo?
Verso dove sono dirette le loro esistenze?
Da chi o da cosa dipende la loro inquietudine, il loro tormento?
Il romanzo non dà le risposte ma offre la via per trovarle: “il miracolo più grande non è l’acqua scaturita da una roccia, né la manna dal cielo o l’apertura del Mar Rosso. Il miracolo più grande succede quando due persone s’incontrano nel momento giusto e diventano un posto, l’uno per l’altra”.
Il vero miracolo, come sempre, è l’amore.

Eshkol Nevo, ‘Soli e perduti’, Beat, 2017.

Una storia di amore e di tenebra

“Mentre gli uomini nascono e muoiono, i libri godono di eternità. Perchè le persone le si può uccidere come formiche, un libro no”

È a questo desiderio di perpetuità che Amos Oz  affida le sue memorie, il ricordo di un’intera vita. Dalle origini della sua famiglia (più di cento anni di storia familiare) fino al suo arrivo in Kibbutz, il racconto autobiografico si snoda in un alternarsi tra passato e presente, tra una Gerusalemme ancora ferita da quanto accaduto in Europa e sottomessa al controllo inglese e una Tel Aviv tutta splendore.

Due le forze che governano le esistenze dei personaggi (una galleria molto vasta: zii eruditi, nonne ossessionate dai germi, nonni donnaioli, padri insoddisfatti e madri depresse): l’amore e le tenebre. Come due estremità di una stessa corda esse si impongono nelle vite dei Klausner – vero cognome di Oz – fino a spezzarsi.

Questo è senza dubbio il nodo centrale della narrazione, la vita che si spezza e finisce. Il suicidio della madre a qualche mese dal Bar mitzwah del tredicenne Amos sarà infatti per lui la molla che lo spingerà a dedicarsi alla scrittura per dare l’immortalità a chi la morte l’ha scelta.

Un romanzo importante, impegnativo, a tratti pesante ma misurato nelle parole e mai esagerato, dove il rancore, il sentimento, la paura, la nostalgia, la paura si nascondono tra i ricordi. Sta al lettore trovare tutto questo e avvicinarsi così all’animo di un uomo che ancora oggi grida il suo perché contro chi gli ha dato la vita.

“Se fossi stato laggiù accanto a lei in quella stanza avrei di sicuro fatto il possibile per spiegarle perché no. E se non fossi riuscito a spiegarglielo avrei fatto di tutto per suscitarle compassione, pietà per il suo unico figlio”