Storia di Alessandra e di una lumaca che le insegnò cos’è la libertà

I migliori incontri sono quelli ti lasciano qualcosa

 

La scorsa settimana ho intravisto per puro caso una lumaca che stava bavosamente passeggiando indisturbata nel cortile di casa, ignara dell’auto in retromarcia pronta a farla fuori in un attimo. Non ci penso su neanche un secondo: subito grido all’uomo di fermarsi e mi calo a raccogliere l’invertebrato. Quello là – l’uomo in auto – mi urla così qualcosa di molto palermitano che io, pur essendo molto siciliana, fatico a comprendere e va via, continuando ad imprecare contro di me. A me, però, poco importa: adesso l’animaletto è nella mia tasca, sano e salvo.

A casa, mi adopero subito per creare un giaciglio al vermetto con un po’ di terriccio, qualche foglia di insalata e una tegola dove rifugiarsi.

“Mosè! – gli dico (o le dico? Boh, poco importa. Le lumache sono ermafrodite, uno vale l’altro) – ti chiamerai Mosè! Non ti avrò salvato dalle acque, ma sei comunque ancora vivo grazie a me”.

 

Lo osservo tirar fuori le corna, ambientarsi nel nuovo giardino e in quel momento non posso non tornare indietro con i ricordi a quella lontana primavera del 1992, quando creai il mio primo rifugio per lumache in un piccolo incavo, nel soggiorno dei miei nonni. Erano proprio tante, tutte superstiti della terribile strage che i miei nonni chiamavano ‘babbaluci a ghiotta’ (zuppa di lumache). Le trovavo in cucina ancora vive in un colapasta intente a mangiucchiare pasta cruda e, sfruttando un momento di disattenzione della nonna, ne salvavo due, cinque, dieci, in base al tempo che avevo a disposizione per non farmi beccare.

La mia preferita era Piumone, un enorme vermone con un pezzo di guscio rotto. Forse era proprio per questo che lo amavo più degli altri, perché era diverso, si distingueva dalla massa. Ma una triste mattina di giugno scopro che Piumone non è nella casetta. Per farla breve, nella notte mia madre l’aveva accidentalmente schiacciato con tutto il suo leggiadro peso di nove mesi di gravidanza. Morto sul colpo. Carcassa fatta sparire velocemente per non turbare la bambina (cioè io). Interrogai per ore tutti gli adulti di casa: le loro storielle non mi convincevano. Così alla fine mia madre confessò ed io, io non lo so quant’è che ho pianto.

 

Ma torniamo a Mosè. Mi affeziono subito a lui, solo che il giorno dopo mi tira un brutto scherzo che risveglia in me atroci rimembranze: è scomparso. Lo cerco ovunque, ah, eccolo là sulla tv. Poi l’indomani sulla tenda, il giorno dopo ancora sul muro, e così per altri cinque giorni fin quando non scompare del tutto. Svanito. Evaporato. Non mi resta quindi che raccogliere i residui mangiucchiati dai suoi ventunomila minuscoli dentini affilati, lasciati lì come biglietto d’addio.
“Clicca sull’immagine per approfondire sulle chiocciole”

Chiocciola
Lumaca

“Grazie cara per il vitto e l’alloggio, ma mi dispiace devo andare, il mio posto è là”.

Grazie un corno, brutto vermaccio viscido e puzzolente! Scema io che per colpa tua mi sono beccata gli insulti di quello in retromarcia, che per te ho tolto cacchine sparse ovunque, che per te facevo attenzione a dove mettevo i piedi per non ammazzarti. E scema io che ti ho voluto bene, che ti lasciavo sbavare il mio braccio solo per il piacere di passare qualche minuto insieme, che mi affeziono ad un verme.

Così, sedotta e abbandonata, getto via la casetta e tutto ciò che rimane di questa breve ma intensa amicizia.

 

Stamattina, però, sotto la doccia mi salta in mente un pensiero: Mosè non è scappato, ha semplicemente seguito la sua natura.Non è nato per vivere chiuso in una casetta artificiale ma è stato creato per lunghi e lenti viaggi. A sbagliare ero io che volevo trasformarlo in quello che in realtà non è.E mentre insapono i capelli, mi rendo conto che spesso tendo a comportarmi così anche con le persone, per una sorta di egoismo o insicurezza tendo ad appropriarmi di chi amo, sacrificando così la libertà dell’altro. Non è così che funziona. Non apparteniamo a noi stessi, figuriamoci ad un altro mortale come noi.

Nasciamo dall’amore e di amore e per l’amore siamo fatti. Quindi non devo incazzarmi con Mosè se ha deciso di andar via, ma essere felice per quello che sono riuscita a dargli in questi giorni: le verdurine, il terriccio sempre fresco, le cacche spazzate via, l’avergli salvato la vita. Tutto questo non deve essere una scusa per ricevere poi altro in cambio, ma gesti fatti solo con amore, senza un tornaconto, e così dovrebbe essere nelle tante relazioni che allacciamo con le persone. Amare incondizionatamente e indistintamente, senza pensare ai ma, ai se, al poi: doneremo così la vera libertà non solo all’altro, ma soprattutto a noi stessi.

 

Quindi, caro Mosè, siamo pari: io ti ho salvato la pelle e il guscio, tu mi hai insegnato una grande cosa. Adesso vai, sbava ovunque e goditi il tuo lento viaggio. Però, mi raccomando: fa’ attenzione alle auto in retromarcia!

 

 

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