“Non sai mai quanto a fondo una persona ti si è conficcata nel cuore finché non cerchi di strapparla via”

Sono pochi gli autori in grado di parlare dell’amore – e di raccontarlo – con irresistibile ironia, senza però violarne la tenerezza. In “Soli e perduti'” Eshkol Nevo questo lo fa magistralmente, regalandoci una storia esilarante ma dal notevole spessore morale.
Tutto parte dal desiderio dell’anziano Geremia Mendelshtorm di donare una grande somma di denaro per la costruzione di un mikveh nella Città dei Giusti per onorare il ricordo della defunta moglie. Ma proprio quel mikveh sarà la causa di un divertente equivoco: il suo utilizzo, infatti, avrà poco a che fare con la voglia di purificarsi.
Da qui partono mille storie, mille voci, mille volti tutti accomunati da una inguaribile solitudine interiore.
Ben Zuk, Danino, Anton, Ayelet, Katia, Daniele e Naim sono come degli assoli perduti, uccelli migratori che appaiono inaspettatamente lontani dalla loro abituale rotta.

Soli e perduti
Soli e perduti

Qual è il loro posto nel mondo?
Verso dove sono dirette le loro esistenze?
Da chi o da cosa dipende la loro inquietudine, il loro tormento?
Il romanzo non dà le risposte ma offre la via per trovarle: “il miracolo più grande non è l’acqua scaturita da una roccia, né la manna dal cielo o l’apertura del Mar Rosso. Il miracolo più grande succede quando due persone s’incontrano nel momento giusto e diventano un posto, l’uno per l’altra”.
Il vero miracolo, come sempre, è l’amore.

Eshkol Nevo, ‘Soli e perduti’, Beat, 2017.

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