Nipoti di oggi, nonni di domani?

Già mi vedo. Vecchia, occhiali da talpa, capelli bianchi, senza denti con le labbra a effetto risucchio, accasciata su una poltrona con plaid sulle gambe, gatto ai piedi, l’erede di Barbara D’Urso in tv (perché lei, la D’Urso, sarà già da un bel pezzo in decomposizione), con mio nipote che mi chiede: “Nonna, com’era ai tuoi tempi?”, e io che gli dirò, “Come? Che hai detto?”, e lui – alzando il tono della voce – “com’era ai tuoi tempiii?”, e io con i timpani trapassato remoto, “perché non ho denti?”, e lui sfinito, “no!!! Com’era ai tuoi tempiiiiii?”, e io sempre più annebbiata avvicinerò le mie stanche e ormai inutili orecchie alla bocca dell’erede per captare almeno il senso della sua domanda, un po’ come accadde a me quasi dieci anni fa quando andai a portare i confetti della laurea alla bisnonna Maria, la nonna di mio padre, fresca fresca di 101 candeline. Fu un pomeriggio estenuante: rimasi con lei un’ora intera a gridarle all’orecchio che quelli che teneva in mano non erano i confetti del matrimonio – come aveva capito lei – ma della laurea. Poi, al momento di salutarla, io stremata, lei sempre pimpante mi disse “grazie dei confetti. Salutami tuo marito”, dimostrando così di non aver sentito e quindi capito completamente nulla.

Com’era ai tuoi tempi?

Tutti da bambini abbiamo fatto questa domanda ai nostri nonni. La curiosità di sapere cosa si faceva, si mangiava, con cosa si giocava, come si viveva è qualcosa che tocca tutti quei bambini che hanno la fortuna di condividere parte del loro tempo con i nonni.

Per quanto mi riguarda, questa era una mia fissazione. Mi perdevo nei loro racconti e adoravo quel mondo lontano che parlava di guerre, di bambole di pezza, di gatti chiamati Benito e balli organizzati per combinare matrimoni, di case senza televisione e di malattie strane e sconosciute, di maestre autoritarie e dalla mano pesante e di cavalli in carrozza. Morivo dal desiderio di poter avere una macchina del tempo tutta per me, accenderne il motore e scappare in quel mondo in bianco e nero, anche a costo di beccarmi le privazioni della guerra e la paura dei bombardamenti.

bambole

 

Oggi mi rendo conto che quei pomeriggi passati ad ascoltarli hanno lasciato in me qualcosa di molto importante che va al di là del semplice ricordo o della malinconia: il senso del rispetto verso il passato e verso chi questo passato l’ha vissuto sulla propria pelle. Del resto, si sa, i nonni sono libri di storia parlanti.

nonna

Tutto questo, però, mi fa riflettere: cosa racconterà la mia generazione ai suoi nipoti? Quando i bambini si avvicineranno alle nostre vecchie orecchie, di cosa parleremo con loro?

Forse di giocattoli gettati in un angolo ad un giorno dall’acquisto perché troppo viziati e quindi già stufi? Forse delle maestre che avevano paura di noi perché loro – le maestre – non potevano mica rimproverarci o darci un brutto voto, no, altrimenti i nostri genitori le avrebbero riprese? Forse dei pomeriggi passati su Facebook? O, perché no, sarebbe bello se raccontassimo loro della nostra perdita di contatto con la realtà, totalmente inghiottiti dalla vita social. Oppure dello smartphone. Ecco, potremmo raccontare che camminavamo per strada tenendo gli occhi incollati al telefono, intenti a inviare faccine che esprimevano i nostri stati d’animo perché non sapevamo più usare le parole. Dei selfie, poi, di tutte le foto fatte con la bocca a culo di gallina giusto per gonfiare la nostra voglia di apparire e delle dirette video fatte per informare la rete che ci si era spezzata un’unghia. E loro, i nostri nipoti, ci ascolteranno annoiati perché i nostri sono racconti senza passione, senza entusiasmo. E se ci faranno altre domande sarà solo per educazione, alzando lo sguardo su di noi per poi abbassarlo subito sull’ iPhone del futuro che chissà come sarà. Non è una demonizzazione del progresso. Piuttosto, una critica al cattivo, esagerato e, a volte, pericoloso rapporto che l’essere umano stabilisce con esso.

E davanti all’indifferenza del nipote non potrò fare a meno di ricordare con nostalgia le storie dei miei nonni, con la consapevolezza che se risuscitassero ora dai morti per farsi un giretto dalle nostre parti scapperebbero subito dritti al cimitero, nonostante il femore rotto e il disorientamento, per scavare la loro tomba, sotterrarsi una volta per tutte e giurare a se stessi di non tornare mai più fra i mortali.

Però, nonni, non andate subito via. Magari prima fatemi fare un selfie con voi!

nonni

 

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