” – Chi siete e che cosa siete? – domandò Scrooge.
– Sono lo Spirito del Natale passato”

L’albero di Natale dei miei nonni era monumentale. Non perché fosse particolarmente prezioso o grande, anzi. I suoi addobbi erano così usurati dal tempo che non era raro trovare tra i rami stelle scheggiate, palline scolorite e soldatini di legno con una gamba sola. Le lucine a intermittenza erano spesso fulminate e i festoni spelacchiati gli davano un’aria quasi stanca. Ma tutto questo non importava a nessuno. Per tutti noi, adulti e bambini, quello era L’Albero ed era proprio per il suo carattere vintage e per il fatto che avesse visto passare tante vigilie che lo rispettavamo come fosse un membro anziano della nostra famiglia.
Una famiglia piuttosto disordinata, quasi caotica direi. Quella piccola stanza riusciva a contenere più di trenta persone e tanti, forse troppi, bambini che gridavano, si rincorrevano, costruivano capanne, distruggevano oggetti, spaventavano il nonno, litigavano, perdevano denti e sanguinavano piangendo, mamme che cucinavano e padri che chiacchieravano. Lui rimaneva sempre là, in quell’angolino del soggiorno ad osservarci dall’alto, con i piedi coperti da una miriade di pacchi e scatoline colorate.
Ricordo che amavo sbirciare da lontano quella massa di forme e colori, cercando di intravedere il regalo comprato apposta per me e giocare ad indovinarne il contenuto. Non ci riuscivo mai, era sempre una sorpresa.
E poi aspettare tutti insieme con infantile trepidazione – mista ad una taciuta paura – l’omone vestito di rosso con la lunga barba bianca che portava con sé, come per magia, tutte le scatole che fino a poche ore prima stavano in soggiorno. Ogni anno nella mia testa frullava sempre la stessa domanda: ma come fa Babbo Natale a tenere nella gerla i nostri regali che erano sotto l’albero? Quando è passato a prenderli?
Il non sapere mi tormentava. Scoprii la verità la sera della vigilia del 1988. “Tu non sei babbo Natale. Tu sei il mio papà”. In un lampo squarciai il velo dell’innocenza delle fantasie di ogni bambino e feci cadere le braccia agli adulti, colti in flagrante. Avevo smascherato Babbo Natale osservando attentamente l’orologio che portava al polso. “Questo è l’orologio di mio padre e hai pure la fede come lui. Sei papà”.
Fine delle fantasie natalizie, mie e degli altri bambini.
Poi, si sa, il tempo ha fatto il suo dovere. Ed è andato avanti. Ha cancellato volti e ne ha aggiunto altri. Ci ha dato nuovi spazi da vivere, lontani da dove siamo venuti. Ci ha messo su nuove e altre strade da percorrere. Ha ridotto in ombre e fumo noi e le nostre cose trasformandoci in ricordi. Perché di quei momenti che ho vissuto rimane solo questo, un flebile e delicato ricordo di cose che sono state e che non sono più.
Come il nostro albero, finito tra i rifiuti. Era troppo vecchio, i rami spezzati e spogli. Ma la verità è che ormai eravamo tutti cresciuti e nessuno lo guardava più. L’incanto era passato e la magia aveva lasciato il posto al disincanto.
Ma non tutto è andato via.
Lo osservo oggi sgambettare al ritmo di Jingle bells, ipnotizzato dalle luci dell’albero – un altro albero – o mandare baci bavosi a Gesù bambino nella mangiatoia, e mi ritrovo a fare con lui e per lui quegli stessi gesti, le stesse carezze e attenzioni che un tempo ho ricevuto anch’io, travolta da tutte quelle luci. Quello che è stato rivive oggi in mio figlio, in una nuova vita che si rinnova. Non siamo più gli stessi ma portiamo comunque dentro di noi la magia di ogni attimo di felicità vissuto in quei giorni di festa. E lo doniamo perché nulla vada perduto. Neanche il ricordo.

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