E vide che non era cosa buona

L’uomo è la creatura più perfetta di tutta la creazione, creato a immagine e somiglianza di Dio, “staccato dalle altre, collocato ai vertici del creato, prossimo a Dio e partecipe del suo mistero” (non lo dico io, intendiamoci, l’ho spudoratamente scopiazzato dalle note a piè di pagina della Bibbia della CEI). E in effetti questa è la teoria che da sempre ho sentito ripetere, che mi è stata insegnata millemilioni di anni fa al catechismo e che spesso ho anche letto qua e là in testi di vario genere.  Ma adesso mi chiedo: questa cosa della perfezione, dell’essere al di sopra di tutto il creato e blablabla, ce la siamo inventata noi in un momento di divino egocentrismo oppure è Dio stesso a pensarla? No, perché rileggendo i primi tre capitoli della Genesi ho come la sensazione che il Signor Dio non è che ne sia poi così tanto convinto.

Andiamo con ordine.

Il primo giorno Dio crea la terra, una massa informe e deserta, il secondo giorno è il momento del firmamento, il terzo separa le acque dalla massa asciutta, ordinando alla terra di produrre semi e germogli. Poi, a seguire, la luna e il sole, gli uccelli, i mostri marini, il bestiame e con esso rettili e ogni essere vivente sulla terra. Ad ogni creazione Dio vide che era cosa buona: ogni volta che crea qualcosa di assolutamente nuovo, si ferma a guardarlo e lo considera buono.

Fin quando – in un lampo di genio – non crea l’uomo.

A parte che ancora non ho capito perché usa la prima persona plurale ‘facciamo l’uomo a nostra somiglianza’ (ma con chi parla? Che stesse chiedendo la collaborazione di tutta la creazione? Boh!), il testo al capitolo 1,27 subisce per pochi versi come un cambiamento nello stile della narrazione:

“E Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò:

maschio e femmina li creò”

Dopo la benedizione alle due nuove creature e l’averli introdotti alla nuova vita, Dio si ferma e guarda tutto quello che in sei giorni ha creato, prima di riposare il settimo giorno: cielo, luce, acqua, pesci, animaletti vari e i due esseri umani, “ed ecco, era cosa molto buona”.

E qui sta la mia riflessione: se fino a giorni prima Dio si gongolava per ogni passerotto e per ogni lombrico creato giudicandolo cosa buona, adesso con l’uomo non fa lo stesso perché la cosa molto buona è tutta la creazione, non la singola creatura.

Al capitolo 2,7 una sorta di flashback ci riporta poi a quel momento, al sesto giorno, quando Dio plasma l’uomo con polvere di suolo e soffia sulle sue narici un alito di vita, collocandolo in Eden, un giardino da coltivare e custodire. Me lo vedo Dio osservare da non so dove questa sua creatura e non oso immaginare cosa combinasse quello là da solo in mezzo a tutto quel paradiso terrestre da provocare in Mr SoTuttoIo l’urgenza di creare un altro essere più simile a lui, o meglio, un aiuto che gli corrisponda, perché con il resto del creato l’ometto non se la fila, gli serve un aiuto, da solo non sa fare un tubo e si deprime. Questa volta però non fa le formine con la sabbia. E no, Dio è un tipo molto originale e dalle mille sorprese. Addormenta il rincitrullito e da una sua costola crea la donna (anche qui ho una mia teoria: la crea dalla sua costola perché fosse per lui come una spina al fianco, sempre pronta a controllarlo e a guidarlo, a ricordargli cosa deve e non deve fare e altre cose fondamentali, tipo dove sono le mutande e di abbassare la tavoletta del water, perché si sa, lui da solo a queste cose non ci arriva mai).

Sappiamo tutti come continua e come va a finire la storia: arriva il serpente che adula la donna e la tenta, quella ovviamente ci casca e va dall’uomo che, ancora più rincoglionito di prima, segue la sua Ishà verso la ribellione al volere del loro Creatore. Dio – che sa tutto – all’inizio fa lo gnorri ma poi, vedendo che quei due scemi iniziano a raccontare balle e a fare scarica barile, s’incazza da paura e li manda letteralmente a quel paese, lui a lavorare come un mulo e lei a figliare come se non ci fosse un domani, moltiplicando i suoi dolori.

Ma torniamo alla mia riflessione iniziale, nella speranza di non cadere nella blasfemia e di sfuggire alla scomunica: perché Dio non si compiace subito della sua Creatura umana così come ha fatto con le altre?

Credo che la risposta stia nel modo in cui fu pensato e poi creato. L’uomo è l’unica creatura alla quale Dio dà l’alito di vita che, tradotto in termini terra terra, penso vorrà significare anima e ragione, due privilegi non concessi alle altre creature. In virtù di questi due nobili doni ne deriva un altro ancora più prezioso: la libertà. Ed è proprio perché l’uomo è stato pensato e fatto libero che non può essere subito considerato buono perché questa sua prerogativa può portarlo a non esserlo affatto e Dio – ma va! – questo già lo sa. E ha anche ragione.

Siamo creati a Sua immagine e somiglianza e quindi predisposti al bene, ma la nostra libertà di scegliere e di agire può per noi essere come un’arma a doppio taglio se non usata correttamente. Le Scritture lo dimostrano ampiamente, dall’uccisione di Abele al tradimento di Giuda, ma anche la nostra Storia e il nostro oggi non scherzano mica. Senza troppa retorica e scontate osservazioni, c’è una Eva in ognuno di noi quando sappiamo che quella è la strada che ci porterà verso il male ma la percorriamo lo stesso, ostinatamente. C’è un Adamo in ognuno di noi ogni volta che decidiamo con la nostra testa e la nostra piena consapevolezza e volontà di seguire la voce di Eva. C’è un Caino in ognuno di noi ogni volta che ci giriamo dall’altra parte con indifferenza da ciò o da chi non vogliamo vedere perché ci conviene, alzando veri e propri muri (oggi non necessariamente in senso metaforico), facendo così della nostra libertà e della nostra capacità di agire una condanna, per poi urlare a Dio la nostra unica arma di difesa che altro non è che vigliaccheria, “sono forse io il custode di mio fratello?”.

Non so se queste mie riflessioni abbiano una valenza teologica, forse sì, forse no. Forse ho solo scritto fandonie su fandonie e domani probabilmente mi arriverà per posta la bolla di scomunica dal Papa. Credo però che riflettere seriamente su questo grande dono solo a noi concesso – la libertà – non faccia male a nessuno. Che sia di parola, di scelta, d’azione, di pensiero, riflettere sulla sua pesante valenza potrebbe aiutarci a capirne il valore e il danno che arrechiamo a noi stessi e spesso purtroppo anche agli altri quando la prendiamo sotto gamba o, ancora peggio, la sottovalutiamo.

Ricordare che siamo veramente liberi solo quando ci volgiamo al bene: chissà, magari quando un giorno lo capiremo da lassù qualcuno liscerà compiaciuto la sua lunga barbona riccia e bianca, ci guarderà e sorridendo dirà ‘questa è cosa veramente molto buona’.

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