“È terribile e doloroso amare qualcuno che sai che non ti può amare”

Faccio molta fatica a scrivere qualcosa su questo romanzo, forse il migliore letto fino a oggi e detto da una che ha iniziato piú di vent’anni fa con una media costante e compulsiva di quattro-cinque libri al mese, fa un po’ pensare…
Cosa mi ha colpito cosí tanto? È proprio questo il punto. Non lo so. Se analizziamo la trama, questa non ha nulla in sè di speciale. È la storia di Ronit, nata e cresciuta in una comunità di ebrei ultraortodossi di Londra, trasferitasi a New York proprio per fuggire alle leggi e dalle prescrizioni del suo mondo troppo osservante. E poi è anche la storia di Esti che con Ronit condivide un segreto incoffessabile in quella comunitá di religiosi. Sono come due specchi messi uno di fronte all’altro, Ronit ed Esti: uguali ma opposte. Una che scappa per non soffocare, l’altra che prima a quelle leggi si sottomette per poi disobbedirvi grazie all’unica forza in grado di smuovere tutto, l’amore, anche quando è considerato dagli altri scandaloso.

‘Disobbedienza’ è un romanzo crudo, schietto e violento, non per i contenuti ma per il senso profondo di inadeguatezza che caratterizza ciascun personaggio che lo vive. Tra questi, ho apprezzato molto come la Alderman ha creato Dovid, cugino di Ronit e marito di Esti. Studioso della Torah, è apparentemente un debole ma poi si dimostra l’unico capace di disobbedire veramente a tutti e agli infiniti precetti imposti, anche a quelli con la pretesa di controllare perfino l’amore.
Ecco, forse è proprio questo che mi ha affascinata. La capacitá della scrittrice nel dare sangue, carne e fiato alle sue creature, a renderle vere, e attraverso di esse far riflettere l’immagine viva del lettore che in essi rivede se stesso, le sue ipocrisie, la sua disobbedienza alla vita.

Naomi Alderman, ‘Disobbedienza’, Nottetempo, 2007

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