“Mio offrí ancora la ciambella dicendo: ‘Non si può vivere di rabbia, figlio mio’. Aprii le labbra e gli permise di imboccato. Era buonissima. Poi, all’improvviso, fui sopraffatto dal senso di colpa per il gusto dolce che avevo sulla lingua”

Per Ichmad l’odio ha il sapore di una ciambella appena sfornata. Non è una ciambella come tante: è stata impastata e cotta da una donna ebrea. Una nemica. Lui, palestinese di poco più di dieci anni, cova dentro di sé un odio tramandato da generazione in generazione. “Non si può vivere di rabbia, figlio mio”, gli dice il padre offrendogli, con quella ciambella, l’idea di un’altra via possibile all’astio e alla rivendicazione. Ichmad farà tesoro di quelle parole e crescerà con un solo obiettivo nel cuore, riuscire ad andare oltre l’odio, nonostante tutto. Nonostante le due sorelline ammazzate dall’esercito nemico. Nonostante il padre in prigione da innocente. Nonostante la casa fatta saltare in aria dagli israeliti.
E andrà avanti, fino a realizzare il sogno di insegnare matematica a New York, fino a trovare l’amore e l’amicizia più grande proprio dove non pensava mai di poterlo – o meglio, doverlo – trovare. 

Come il vento tra i mandorli
Come il vento tra i mandorli


Forse la storia di Ichmad non è poi così speciale. Sono tanti i romanzi che parlano di odio schiacciato dall’amore e di amore avvelenato dall’odio. Qui, però, c’è qualcosa in più che non va sottovalutato: l’autrice è ebrea.
Forse per l’umanità c’è ancora speranza…

Michelle Cohen Corasanti, ‘Come il vento tra i mandorli’, Feltrinelli, 2014

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