Posts in Pensieri e Parole

Trottolino amoroso dudù e vaffa là

Sono tante le cose che so sull’amore ma poche sono quelle che ho realmente imparato e ancor meno quelle che negli anni sono riuscita a mettere in pratica. E se le prime le ho pescate da romanzi, film, poesie e centinaia di Baci perugina ingurgitati solo per leggere il fogliettino e le altre dalle batoste della vita, le ultime sono quelle che ancora oggi mi costano maggior fatica.
Dai, su, siamo onesti. L’amore non è affatto una cosa semplice, e pazienza se Tiziano Ferro canta queste parole al contrario, beccandosi tripudi di applausi. Io ne sono assolutamente convinta: è il sentimento più contorto, subdolo, illusorio, dispettoso, cattivo, ammaliante, allucinogeno, deprimente ed eccitante al tempo stesso, bipolare, snervante e paraculo in assoluto. Ci prende, ci elettrizza, ci affascina e rincoglionisce al punto da perdere la testa e poi ci spreme e risucchia tutte le nostre forze, trasformandosi in qualcosa di diverso e abbandonandoci così, storditi.
“Perché non è più tutto come prima?”, è la madre di tutte le domande di chi vive una relazione da anni.
Sì, perché tutti e tutte, prima o poi, avremo a che fare con la grande metamorfosi, quella che ci trasforma da trottolini amorosi dudu da da da a perfetti sconosciuti.
Lo pensavi da tempo e oggi quasi quasi lo fai, ti metti in tiro e gli prepari una bella cenetta, luci soffuse, candele profumate, musica di sottofondo, e lui arriva, ciao amore con ciglia cariche di mascara e vestitino che per miracolo trattiene l’intrattenibile, ciao con occhi che manco ti guardano, com’è la cena, buona, passami l’acqua, c’è anche il dolce, bene ma lo mangio sul divano che c’è la partita, e si allontana, birra e torta in mano, e tu resti in cucina a spazzare via le briciole di quell’anonimo incontro e ad ascoltare l’unica musica che adesso rimbomba: i suoi rutti che arrivano dal soggiorno.
E poi ci sei tu che sei giù da più di mezz’ora, cioè da quel suo ultimo messaggio “arrivo”, che poi ma che starà facendo ancora, pazienza, non importa perché hai in tasca una copia delle chiavi del tuo appartamento proprio per lei, perché è arrivato il momento di condividere tutto insieme, basta con queste due esistenze separate, non vedo l’ora di vedere che faccia farà, ah eccola che arriva, non è neanche truccata quindi perché ha perso tutto quel tempo, ciao tesoro, sei bellissima anche senza trucco, se dici così significa che si nota quindi non è vero che pensi che io sia bellissima, ma che hai, niente, e tu sai che in quel ‘niente’ c’è l’inferno e senti già partire la giostra dei tuoi zebedei, che dici ti va un bel film, no, allora fate una passeggiata ma lei dice che forse era meglio il film e nel frattempo gli zebedei girano, girano, girano in una danza senza fine, si può sapere che hai, perché venti giorni fa hai detto quella cosa, ma cosa, quella, non ricordo, e certo sei sempre il solito, su, dai, non ci pensare più per me è acqua passata e tiri fuori dalla tasca le famose chiavi, queste sono per te tesoro, che significa, vieni a vivere da me, prima me la devo fare passare e poi ci devo pensare casa tua è piccola e io ho un sacco di cose dove li metto i miei vestiti e i miei libri e i miei trucchi e le mie cose, e lì gli zebedei smettono di colpo di volteggiare perché si sono frantumati sull’asfalto perché sai che lo sta facendo apposta, per ripicca, per andare contro ad una cosa che hai detto giorni fa e che neanche ricordavi più.
Ecco. È proprio nell’attimo in cui senti lui ruttare e lei lamentarsi senza motivo che arriva l’amore. Non è né prima né dopo, ma adesso. Perché è adesso che devi grattare con le unghie delle mani e dei piedi per poterlo ritrovare e farlo rinascere, ancora una volta. Ha bisogno di essere cercato, l’amore, soprattutto dopo tanti anni insieme a condividere una vita che spesso è anche fatica. Vuole essere trovato e poi preso con delicatezza, curato, amato. Quindi vai con lui sul divano, la partita guardatela pure tu che poi magari tra un calcio d’angolo e un rigore c’è anche il tempo per qualche bacio. E tu non ti incazzare, raccogli da terra i tuoi zebedei e abbracciala, che lei per ora è questo quello che vuole. Metti per un secondo da parte l’orgoglio ferito e fagli spazio, falle spazio. Non sono briciole. Non è accontentarsi. È semplicemente rinnovare quel sentimento che ancora vi lega, anche quando si nasconde così bene da non farsi vedere più.
Difficile, me ne rendo conto. Ma non impossibile. Basta imparare a farlo, provandoci. Basta non dirci in faccia quello che di brutto ci sta per uscire dalla bocca ogni volta che sentiamo di scoppiare di rabbia. Ma non oggi, che è San Valentino. Troppo facile. Da domani è meglio, quando si appendono al chiodo cuori e pupazzini e iniziano a volare i vaffa. Ma se proprio non ce la facciamo e vogliamo per forza onorare la festa più demenziale dell’anno, va bene anche oggi.
Solo un appunto: i ti amo e i non ti lascerò mai, non scriviamoceli su una fredda e sterile bacheca di facebook.
Le cose, quelle belle, diciamocele in faccia

Ultimo dell’anno, tempo di bilanci

2018

Quando una parte della mia vita è diventata un libro e una vocina mi ha chiamata per la prima volta mamma. Quando ho dormito meno che mai e quando qualcuno mi ha detto che avrei dovuto fare la psicologa. Quando ho ripreso a leggere e quando è finita la mia privacy in bagno. Quando una delusione mi ha aperto gli occhi e quando ho imparato a non farmi aspettative. Quando un sorriso a sei denti mi ha asciugato le lacrime e quando qualcuno mi ha detto che quello che aveva appena letto le aveva riacceso la speranza. Quando ho capito che i programmi che saltano spesso ti salvano e quando ho schiacciato piú
chili di cacche con il passeggino in assoluto. Quando ho capito che non tutto è dato e quando l’ansia per i primi malanni e i tanti bernoccoli mi hanno rosicato l’anima. Quando ha preso forma un nuovo progetto e quando le mattine sono iniziate con i capelli impiastricciati di caccoline. Quando ho scoperto in me la pazienza e quando ho visto di cosa sono capace quando la perdo.
Al 2019 non chiedo nulla. So che con sè porterá belle cose ma anche miserie. Senza, significherebbe non vivere. Mi auguro quindi che porti tanta vita e, con questa, il coraggio di viverla.
Buon anno a tutti!
Alessandra

#diciamoceleinfaccia

Sono tante le cose che so sull’amore ma poche sono quelle che ho realmente imparato e ancor meno quelle che negli anni sono riuscita a mettere in pratica. E se le prime le ho pescate da romanzi, film, poesie e centinaia di Baci perugina ingurgitati solo per leggere il fogliettino e le altre dalle batoste della vita, le ultime sono quelle che ancora oggi mi costano maggior fatica.
Dai, su, siamo onesti. L’amore non è affatto una cosa semplice, e pazienza se Tiziano Ferro canta queste parole al contrario, beccandosi tripudi di applausi. Io ne sono assolutamente convinta: è il sentimento più contorto, subdolo, illusorio, dispettoso, cattivo, ammaliante, allucinogeno, deprimente ed eccitante al tempo stesso, bipolare, snervante e paraculo in assoluto. Ci prende, ci elettrizza, ci affascina e rincoglionisce al punto da perdere la testa e poi ci spreme e risucchia tutte le nostre forze, trasformandosi in qualcosa di diverso e abbandonandoci così, storditi.
“Perché non è più tutto come prima?”, è la madre di tutte le domande di chi vive una relazione da anni.
Sì, perché tutti e tutte, prima o poi, avremo a che fare con la grande metamorfosi, quella che ci trasforma da trottolini amorosi dududadadà a perfetti sconosciuti.
Lo pensavi da tempo e oggi quasi quasi lo fai, ti metti in tiro e gli prepari una bella cenetta, luci soffuse, candele profumate, musica di sottofondo, e lui arriva, ciao amore con ciglia cariche di mascara e vestitino che per miracolo trattiene l’intrattenibile, ciao con occhi che manco ti guardano, com’è la cena, buona, passami l’acqua, c’è anche il dolce, bene ma lo mangio sul divano che c’è la partita, e si allontana, birra e torta in mano, e tu resti in cucina a spazzare via le briciole di quell’anonimo incontro e ad ascoltare l’unica musica che adesso rimbomba: i suoi rutti che arrivano dal soggiorno.
E poi ci sei tu che sei giù da più di mezz’ora, cioè da quel suo ultimo messaggio “arrivo”, che poi ma che starà facendo ancora, pazienza, non importa perché hai in tasca una copia delle chiavi del tuo appartamento proprio per lei, perché è arrivato il momento di condividere tutto insieme, basta con queste due esistenze separate, non vedo l’ora di vedere che faccia farà, ah eccola che arriva, non è neanche truccata quindi perché ha perso tutto quel tempo, ciao tesoro, sei bellissima anche senza trucco, se dici così significa che si nota quindi non è vero che pensi che io sia bellissima, ma che hai, niente, e tu sai che in quel ‘niente’ c’è l’inferno e senti già partire la giostra dei tuoi zebedei, che dici ti va un bel film, no, allora fate una passeggiata ma lei dice che forse era meglio il film e nel frattempo gli zebedei girano, girano, girano in una danza senza fine, si può sapere che hai, perché venti giorni fa hai detto quella cosa, ma cosa, quella, non ricordo, e certo sei sempre il solito, su, dai, non ci pensare più per me è acqua passata e tiri fuori dalla tasca le famose chiavi, queste sono per te tesoro, che significa, vieni a vivere da me, prima me la devo fare passare e poi ci devo pensare casa tua è piccola e io ho un sacco di cose dove li metto i miei vestiti e i miei libri e i miei trucchi e le mie cose, e lì gli zebedei smettono di colpo di volteggiare perché si sono frantumati sull’asfalto perché sai che lo sta facendo apposta, per ripicca, per andare contro ad una cosa che hai detto giorni fa e che neanche ricordavi più.
Ecco. È proprio nell’attimo in cui senti lui ruttare e lei lamentarsi senza motivo che arriva l’amore. Non è né prima né dopo, ma adesso. Perché è adesso che devi grattare con le unghie delle mani e dei piedi per poterlo ritrovare e farlo rinascere, ancora una volta. Ha bisogno di essere cercato, l’amore, soprattutto dopo tanti anni insieme a condividere una vita che spesso è anche fatica. Vuole essere trovato e poi preso con delicatezza, curato, amato. Quindi vai con lui sul divano, la partita guardatela pure tu che poi magari tra un calcio d’angolo e un rigore c’è anche il tempo per qualche bacio. E tu non ti incazzare, raccogli da terra i tuoi zebedei e abbracciala, che lei per ora è questo quello che vuole. Metti per un secondo da parte l’orgoglio ferito e fagli spazio, falle spazio. Non sono briciole. Non è accontentarsi. È semplicemente rinnovare quel sentimento che ancora vi lega, anche quando si nasconde così bene da non farsi vedere più.
Difficile, me ne rendo conto. Ma non impossibile. Basta imparare a farlo, provandoci. Basta non dirci in faccia quello che di brutto ci sta per uscire dalla bocca ogni volta che sentiamo di scoppiare di rabbia. Ma non oggi, che è San Valentino. Troppo facile. Da domani è meglio, quando si appendono al chiodo cuori e pupazzini e iniziano a volare i vaffa. Ma se proprio non ce la facciamo e vogliamo per forza onorare la festa più demenziale dell’anno, va bene anche oggi.
Solo un appunto: i ti amo e i non ti lascerò mai, non scriviamoceli su una fredda e sterile bacheca di facebook.
Le cose, quelle belle, diciamocele in faccia

Caro 2018

“Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va”

Caro 2018,

sei arrivato da pochi giorni e già si parla tanto di te. Pensa, neanche il tempo dell’ultimo rintocco che è subito partita un po’ ovunque la lista delle nostre richieste, dall’ormai tradizionale pace nel mondo alla mai esaudita scomparsa della cellulite. E tu, così acerbo, ma con le spalle cariche del peso della Storia devi già far fronte alle lamentele di chi, non (o mai?) soddisfatto di ciò che è stato, vorrebbe adesso di più. Perché noi esseri umani siamo così, caro 2018. Fragili al punto da non riuscire a capire cosa vogliamo veramente né di cosa abbiamo realmente bisogno. E chiediamo, chiediamo, chiediamo. Per poi lamentarci, puntualmente.

Tantissimi sono gli anni che ti hanno preceduto, ciascuno con le sue glorie e le sue cadute. Prendi, ad esempio, il tuo fratello più vicino, il 2017. È iniziato seppellendo sotto la neve dei turisti in vacanza e si è chiuso con una legge che non mi è ancora chiaro se sia a tutela della vita o della morte. E poi, in mezzo a tutto questo, guerre tra fratelli in nome di un’assurda indipendenza, scherzetti tipo “chi lancerà il missile più grosso?”, gente che ha sfidato le onde e che poi si è vista disprezzare da muri di ostilità e giovani volati via senza speranza, quella che non fa rima con sogni ma con dignità. È vero, lo so, ha riservato anche cose belle. A me personalmente ha fatto il regalo più grande e per questo lo ricorderò sempre con immensa gratitudine, come uno dei miei anni più pieni.

Nelle infinite storie personali il 2017 ha dato e tolto tanto e tu questo lo sai bene, caro 2018, perché è il tuo lavoro, esisti per questo e questo è ciò che farai anche tu. E poi, alla fine dei giochi, tireremo anche di te le somme.

Se oggi ti scrivo, però, non è per avere in largo anticipo il trailer di quello che sarà, per quanto grande possa essere la curiosità. Non sono qui a chiederti che programmi hai, né cercare di capire se sarai in grado di colmare le buche lasciate vuote dai tuoi fratelli maggiori e neanche per consegnarti – come ho sempre fatto in passato –  la mia lista dei buoni propositi. Non ne ho mai azzeccata una quindi quest’anno – per te – ho deciso di farne a meno. Perché se c’è una cosa che mi ha insegnato la vita è che odia le aspettative. Sono tra loro incompatibili, non potranno mai andare d’accordo. Quindi basta, non mi aspetto nulla.

Ma una cosa voglio chiedertela. Non è proprio una richiesta, prendila più come un consiglio sul tuo operato, ecco. Vorrei che tu, alla fine del tuo mandato, fossi ricordato come l’anno del silenzio. 365 giorni di assoluto silenzio. Placa il rumore delle invidie, lo stridore delle usurpazioni, lo schiamazzo della competizione sleale, l’urlo della menzogna e della vendetta, il clamore della prevaricazione, il tonfo dell’esclusione. Mettici a tacere. Ne abbiamo proprio bisogno, caro 2018. Donaci quel silenzio interiore che ci renda capaci di metterci faccia a faccia con il nostro essere così piccoli, così finiti. Chissà, magari in questo modo riusciremo finalmente ad accogliere ogni cosa nella nostra vita con pienezza, anche quelle cose che non avevamo considerato o, ancora più difficile, quelle che non avremmo mai voluto considerare, e ad uscire fuori da noi stessi, liberi dalle catene dell’io. Tutto il resto so già che purtroppo si ripeterà come da copione, in un ciclo di Storia e di storie che sembrano sempre le stesse nonostante i secoli passati. Siamo uomini, 2018.

Adesso chiudo, ti ho rubato troppo tempo e  so che per te il tempo è  prezioso.

Ti ringrazio già da ora, mio caro 2018, e ti prometto che nulla di ciò che mi concederai andrà perduto. Tu, se puoi, evita di metterci troppo alla prova in questi giorni che verranno.

Con affetto,

Alessandra.

Ah, quasi dimenticavo: ricordati della cellulite!

Il disincanto del Natale

” – Chi siete e che cosa siete? – domandò Scrooge.
– Sono lo Spirito del Natale passato”

L’albero di Natale dei miei nonni era monumentale. Non perché fosse particolarmente prezioso o grande, anzi. I suoi addobbi erano così usurati dal tempo che non era raro trovare tra i rami stelle scheggiate, palline scolorite e soldatini di legno con una gamba sola. Le lucine a intermittenza erano spesso fulminate e i festoni spelacchiati gli davano un’aria quasi stanca. Ma tutto questo non importava a nessuno. Per tutti noi, adulti e bambini, quello era L’Albero ed era proprio per il suo carattere vintage e per il fatto che avesse visto passare tante vigilie che lo rispettavamo come fosse un membro anziano della nostra famiglia.
Una famiglia piuttosto disordinata, quasi caotica direi. Quella piccola stanza riusciva a contenere più di trenta persone e tanti, forse troppi, bambini che gridavano, si rincorrevano, costruivano capanne, distruggevano oggetti, spaventavano il nonno, litigavano, perdevano denti e sanguinavano piangendo, mamme che cucinavano e padri che chiacchieravano. Lui rimaneva sempre là, in quell’angolino del soggiorno ad osservarci dall’alto, con i piedi coperti da una miriade di pacchi e scatoline colorate.
Ricordo che amavo sbirciare da lontano quella massa di forme e colori, cercando di intravedere il regalo comprato apposta per me e giocare ad indovinarne il contenuto. Non ci riuscivo mai, era sempre una sorpresa.
E poi aspettare tutti insieme con infantile trepidazione – mista ad una taciuta paura – l’omone vestito di rosso con la lunga barba bianca che portava con sé, come per magia, tutte le scatole che fino a poche ore prima stavano in soggiorno. Ogni anno nella mia testa frullava sempre la stessa domanda: ma come fa Babbo Natale a tenere nella gerla i nostri regali che erano sotto l’albero? Quando è passato a prenderli?
Il non sapere mi tormentava. Scoprii la verità la sera della vigilia del 1988. “Tu non sei babbo Natale. Tu sei il mio papà”. In un lampo squarciai il velo dell’innocenza delle fantasie di ogni bambino e feci cadere le braccia agli adulti, colti in flagrante. Avevo smascherato Babbo Natale osservando attentamente l’orologio che portava al polso. “Questo è l’orologio di mio padre e hai pure la fede come lui. Sei papà”.
Fine delle fantasie natalizie, mie e degli altri bambini.
Poi, si sa, il tempo ha fatto il suo dovere. Ed è andato avanti. Ha cancellato volti e ne ha aggiunto altri. Ci ha dato nuovi spazi da vivere, lontani da dove siamo venuti. Ci ha messo su nuove e altre strade da percorrere. Ha ridotto in ombre e fumo noi e le nostre cose trasformandoci in ricordi. Perché di quei momenti che ho vissuto rimane solo questo, un flebile e delicato ricordo di cose che sono state e che non sono più.
Come il nostro albero, finito tra i rifiuti. Era troppo vecchio, i rami spezzati e spogli. Ma la verità è che ormai eravamo tutti cresciuti e nessuno lo guardava più. L’incanto era passato e la magia aveva lasciato il posto al disincanto.
Ma non tutto è andato via.
Lo osservo oggi sgambettare al ritmo di Jingle bells, ipnotizzato dalle luci dell’albero – un altro albero – o mandare baci bavosi a Gesù bambino nella mangiatoia, e mi ritrovo a fare con lui e per lui quegli stessi gesti, le stesse carezze e attenzioni che un tempo ho ricevuto anch’io, travolta da tutte quelle luci. Quello che è stato rivive oggi in mio figlio, in una nuova vita che si rinnova. Non siamo più gli stessi ma portiamo comunque dentro di noi la magia di ogni attimo di felicità vissuto in quei giorni di festa. E lo doniamo perché nulla vada perduto. Neanche il ricordo.

Come cane e gatto

“È solo per eccesso di vanità ridicola che gli uomini si attribuiscono un’anima di specie diversa da quella degli animali” (Voltaire)

Nel cortile dei miei genitori vive una numerosa colonia di gatti randagi. Variegata ed imprevedibile, da anni ormai ci avvisa con i suoi canti quando arriva il tempo dell’amore e con assordanti miagolii annuncia puntuale il rinnovarsi della vita. Da bambina amavo dar loro un nome. C’era Rosso, Mangiacacca, Codalunga, Ammazzascarafaggi, Musorotto e l’intramontabile Maramao. Li rincorrevo e indispettivo sperando di attirare la loro attenzione, ma niente, per loro era come se non ci fossi, ti venivano dietro solo se e quando portavi loro lische di pesce e avanzi di carne.

Ma torniamo al punto.

A fine 2016 una mamma gatto finì sotto le ruote di una di quelle macchine che spesso fingono di non vedere l’animaletto che attraversa la strada. Morta sul colpo. Nel cortile, una colonia in lutto e quattro orfanelli. Tre dei piccoli furono adottati da un’altra mamma gatto, del quarto si fece inaspettatamente carico il cane guardia del cortile accanto, un meticcio maschio a pelo lungo e biondo, con un occhio azzurro e l’altro nocciola. Ancora oggi, dopo quattro mesi, papà cane e figlio gatto vanno d’amore e d’accordo, tra leccatine, giochini con la coda e pomeriggi oziosi abbracciati sull’erba.

Già il fatto che sia stato un papà cane e non una mamma cane a prendersi cura di un cucciolo è di per sé un argomento che potrebbe aprire un modo di infiniti dibattiti, oggi attualissimi più che mai.

Il punto però è un altro.

Perché mentre americani e coreani si sfidano a chi ce l’ha più grosso (il missile, si capisce), la Turchia fa la gradassa, in Russia si gioca a ‘mamma Cicco mi tocca, toccami Cicco’, gli inglesi guardano l’Europa dall’alto in basso e una sempre più numerosa parte di cugini d’oltralpe di estrema destra si è totalmente bevuta il cervello, mentre innalziamo muri e schifiamo profughi, insomma, mentre assistiamo silenziosi alla fine del mondo non per volere divino ma per mano dell’uomo, due specie per antonomasia rivali fin dalla loro comparsa sulla terra hanno imparato a convivere e a rispettarsi nonostante le loro evidenti e insuperabili diversità.

Sto divagando? È probabile.

Fatto sta, però, che per l’ennesima volta il regno animale si dimostra superiore all’essere umano.

Mark Twain scrisse che tra tutti gli animali l’uomo è quello più crudele perché è l’unico ad infliggere dolore solo per il gusto di farlo.

Appunto.

Chissà, magari a breve definire i nostri rapporti “come cane e gatto” sarà per noi motivo di grande orgoglio.

Sentirsi dare dell’umano potrebbe invece bruciare presto come una grande e brutta offesa.

 

Amara terra nostra

“Sole alla valle, sole alla collina, per le campagne non c’è più nessuno”

Una lingua di terra fitta di casette, la cupola di una grande chiesa in ristrutturazione, vicoli. E poi mare, tanto mare, e un cielo che in esso si fonde e si confonde. Sono le immagini sfondo della pubblicità di una nuova fiction firmata RAI che verrà trasmessa prossimamente: “Il commissario Maltese”, regia di Gianluca Tavarelli, prodotto da Palomar. Il cielo e il mare sono di Trapani, la città che ha ospitato le riprese e che farà da setting alle puntate.

Trapani, la città dove sono nata e cresciuta, che mi ha nutrita con i suoi sapori e odori, consolata con il suo calore, affascinata con i suoi colori.

Ma è rabbia, non orgoglio, quello che provo nel vedere scorrere le immagini della pubblicità. Perché la mia generazione da Trapani non è stata solo coccolata. È stata anche tradita. Ci ha avvolti e cullati tra le sue onde e poi, con un colpo secco di scirocco, ci ha spediti lontano, là dove nessuno può più sentire il ciauro del mare e il fresco della tramontana. Lei può darci solo questo: sole e sale, gabbiani e processioni, cibo e tramonti. Non è riuscita a tenerci stretti, non ha opposto resistenza quando i nostri aerei hanno accelerato per il decollo e non ha neanche provato ad asciugare le lacrime che scorrevano sulle guance nel vedere dal finestrino la nostra città allontanarsi e farsi sempre più piccola.

Dove sono finiti, cara Trapani, quei bambini che si rincorrevano sotto i grandi e vecchi alberi della Villa Margherita?

Dove sono finiti quei ragazzi che invadevano le tue spiagge e la sera rendevano vive le stradine del tuo centro storico?

Che ne è stato delle promesse che gli hai fatto da piccoli?

Che ne hai fatto dei loro sogni, dei loro progetti?

Sono andati tutti via da te, Trapani, tu li hai lasciati andare e adesso te ne stai lì a guardare, tagliente come il maestrale in inverno, insopportabile come il libeccio ad agosto.

Poco importa se adesso il piccolo schermo ti darà un po’ di notorietà, Trapani. Neanche questo servirà a riscattarti: per noi ormai sarai sempre l’amara terra nostra.

“Addio, addio amore, io vado via, amara terra mia”

Viaggio nel luogo del cuore

Tutti abbiamo nel cuore un luogo che ci fa sentire a casa anche se distanti.

Può trattarsi di un angolino all’ombra di un grande albero, di una grande piazza, di una casetta al mare o di una locanda di montagna.  È quel luogo che dà sempre la sensazione di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, dove il corpo si rilassa e l’animo fa pace con le sue nevrosi.

Il mio luogo del cuore è una panchina al centro di Roma. Lo so, mi piace vincere facile, Roma è Roma. Capitale del mondo, città eterna, dove tutto ha qualcosa da raccontare e ovunque ti giri respiri storia e bellezza.

La mia panchina, però, è lontana dal rumore dei fasti e dalle luci della ribalta. A due passi dall’isola Tiberina e facilmente raggiungibile a piedi dal Vaticano, si trova su una grande via – che poi è come una grande piazza – silenziosa testimone di una pagina triste della nostra Storia: è la panchina di via del Portico d’Ottavia che dà le spalle alla scuola ebraica e che si affaccia su Palazzo Manili. È lì che mi riposo dal mio solito giro che ormai da tre anni compio alla scoperta del ghetto ebraico di Roma ed è da lì che contemplo un mondo più vicino a me di quanto possa pensare, quello della comunità ebraica più antica d’occidente.

Non mi stanco mai di ritornare. Ogni anno scopro qualcosa di diverso tanto da raccogliere nel tempo informazioni e curiosità fino a stilare una sorta di lista fai da te su cosa vedere/fare/mangiare/ in questo magnifico quartiere, lista che adesso vorrei condividere con voi.

Entrando dal Lungotevere de’ Cenci, la Sinagoga in via del Tempio è la prima tappa. Eretta nei primissimi del ‘900, s’innalza in tutta la sua magnificenza come a dominare l’intero ghetto. In stile Liberty, si eleva su tre piani: quello terreno con due navate laterali, al centro delle quali si trova coperto da una spessa tenda il Rotolo della Legge; quello superiore chiamato matroneo e quello sotterraneo che ospita il museo e il Tempio spagnolo.

 

 

 

 

 

 

Interno SInagoga

 

Sulla stessa via si trova la libreria Kiryat Sefer, la libreria della comunità, il must di ogni mio viaggio. Ogni volta che ne varco la soglia, Libreria Kiryat sefer

chi mi accompagna sa già che non ne uscirò prima di un’ora. Il locale è piuttosto piccolino ma contiene un mondo di libri di cucina
kosher , di letteratura, libri sacri e per bambini. Ha anche un angolino dedicato alla vendita di oggetti sacri, tipo mezuzot  o il candelabro a sette bracci detto in ebraico menorah.

Al termine di via del Tempio si arriva in via del Portico d’Ottavia, la via principale (il nome della via ricorda ciò che resta del monumento che l’imperatore Augusto fece costruire per la sorella. Le rovine sono ancora presenti e visitabili nel ghetto). Qui la prima tappa è sempre e solo una: il forno Boccione. Gestito da non so quante sorelle (ogni anno ne conosco una nuova), da generazioni sfornano squisiti dolci della tradizione ebraico – romanesca. Ginetti, bruscolini, i cornetti caldi del mattino con crema al latte ma anche vuoti, challah con i canditi, biscotti alle mandorle, e poi le specialità ovvero la torta di ricotta e visciole (ricetta segretissima) e, ciliegina sulla torta, la pizza ebraica. È un tripudio di frutta secca e canditi fatti in casa, cotta fino a quasi bruciarla. La mia passione: lo scorso anno ho lasciato Roma con un vassoio colmo di 50€ di pizza, biscotti e biscottini.

pizza ebraica

All’angolo opposto, in Piazza Costaguti si trova ‘L’arte del pane’, l’antico forno Urbani. Lì, oltre a buonissime e svariate forme di pane e grissini (tutto rigorosamente Kosher), ho provato la classica pizza rossa. Se la si becca appena sfornata il rischio di morire per la troppa bontà è molto elevato. In vita mia non ho mai assaggiato qualcosa di così buono. Purtroppo non ho foto di questa bontà: la gola ha sempre la meglio sul buon senso.

Tornando in via del Portico D’Ottavia, se lo stomaco riserva ancora tanto spazio libero, vale la pena fermarsi nei diversi ristoranti Kosher. Li ho provati quasi tutti: ogni volta si entra snelli e pimpanti e si esce ancora più felici e obesi. Rigorosamente d’obbligo il carciofo alla giudia, la concia di zucchine e la carne secca.

Ma le sorprese non finiscono qui. Può capitare, infatti, strada facendo, di inciampare su delle piccole mattonelle e dover quindi abbassare lo sguardo verso il basso. Si tratta delle pietre d’inciampo,

pietre di inciampo

piccole targhe commemorative in bronzo e in stile sampietrino, poste dinanzi ad alcune abitazioni, con su inciso il nome, la data di nascita, il luogo di deportazione e la data di morte di chi lì ha vissuto fino alla mattina del 16 ottobre 1943 . L’obiettivo della nobile iniziativa è dare un’identità a chi è stato ingiustamente ammazzato non come persona ma come numero. Inciampare su di esse e fermarsi a leggere le incisioni permetterà di scongiurare il pericolo dell’oblio, sempre in agguato.

E così, stanca delle lunghe passeggiate, piena di acquisti in libreria e con la pancia strapiena, mi siedo sulla mia amata panchina e mi guardo intorno: la lunga fila da Boccione, bambini che escono da scuola, uomini in kippah, camerieri che aggiornano il menù del giorno sulla lavagnetta. Penso a quello che è successo, alle perdite che ha subito il quartiere (nessun bambino tornò vivo) e non posso non ammirare la costanza e la dignità di un popolo che, ormai da secoli, è sempre capace di rialzarsi e ricominciare da capo.

Magari con qualche ferita in più, ma sempre più forte di prima.

 

(foto di proprietà dell’autore)

Selfie con i nonni

Nipoti di oggi, nonni di domani?

Già mi vedo. Vecchia, occhiali da talpa, capelli bianchi, senza denti con le labbra a effetto risucchio, accasciata su una poltrona con plaid sulle gambe, gatto ai piedi, l’erede di Barbara D’Urso in tv (perché lei, la D’Urso, sarà già da un bel pezzo in decomposizione), con mio nipote che mi chiede: “Nonna, com’era ai tuoi tempi?”, e io che gli dirò, “Come? Che hai detto?”, e lui – alzando il tono della voce – “com’era ai tuoi tempiii?”, e io con i timpani trapassato remoto, “perché non ho denti?”, e lui sfinito, “no!!! Com’era ai tuoi tempiiiiii?”, e io sempre più annebbiata avvicinerò le mie stanche e ormai inutili orecchie alla bocca dell’erede per captare almeno il senso della sua domanda, un po’ come accadde a me quasi dieci anni fa quando andai a portare i confetti della laurea alla bisnonna Maria, la nonna di mio padre, fresca fresca di 101 candeline. Fu un pomeriggio estenuante: rimasi con lei un’ora intera a gridarle all’orecchio che quelli che teneva in mano non erano i confetti del matrimonio – come aveva capito lei – ma della laurea. Poi, al momento di salutarla, io stremata, lei sempre pimpante mi disse “grazie dei confetti. Salutami tuo marito”, dimostrando così di non aver sentito e quindi capito completamente nulla.

Com’era ai tuoi tempi?

Tutti da bambini abbiamo fatto questa domanda ai nostri nonni. La curiosità di sapere cosa si faceva, si mangiava, con cosa si giocava, come si viveva è qualcosa che tocca tutti quei bambini che hanno la fortuna di condividere parte del loro tempo con i nonni.

Per quanto mi riguarda, questa era una mia fissazione. Mi perdevo nei loro racconti e adoravo quel mondo lontano che parlava di guerre, di bambole di pezza, di gatti chiamati Benito e balli organizzati per combinare matrimoni, di case senza televisione e di malattie strane e sconosciute, di maestre autoritarie e dalla mano pesante e di cavalli in carrozza. Morivo dal desiderio di poter avere una macchina del tempo tutta per me, accenderne il motore e scappare in quel mondo in bianco e nero, anche a costo di beccarmi le privazioni della guerra e la paura dei bombardamenti.

bambole

 

Oggi mi rendo conto che quei pomeriggi passati ad ascoltarli hanno lasciato in me qualcosa di molto importante che va al di là del semplice ricordo o della malinconia: il senso del rispetto verso il passato e verso chi questo passato l’ha vissuto sulla propria pelle. Del resto, si sa, i nonni sono libri di storia parlanti.

nonna

Tutto questo, però, mi fa riflettere: cosa racconterà la mia generazione ai suoi nipoti? Quando i bambini si avvicineranno alle nostre vecchie orecchie, di cosa parleremo con loro?

Forse di giocattoli gettati in un angolo ad un giorno dall’acquisto perché troppo viziati e quindi già stufi? Forse delle maestre che avevano paura di noi perché loro – le maestre – non potevano mica rimproverarci o darci un brutto voto, no, altrimenti i nostri genitori le avrebbero riprese? Forse dei pomeriggi passati su Facebook? O, perché no, sarebbe bello se raccontassimo loro della nostra perdita di contatto con la realtà, totalmente inghiottiti dalla vita social. Oppure dello smartphone. Ecco, potremmo raccontare che camminavamo per strada tenendo gli occhi incollati al telefono, intenti a inviare faccine che esprimevano i nostri stati d’animo perché non sapevamo più usare le parole. Dei selfie, poi, di tutte le foto fatte con la bocca a culo di gallina giusto per gonfiare la nostra voglia di apparire e delle dirette video fatte per informare la rete che ci si era spezzata un’unghia. E loro, i nostri nipoti, ci ascolteranno annoiati perché i nostri sono racconti senza passione, senza entusiasmo. E se ci faranno altre domande sarà solo per educazione, alzando lo sguardo su di noi per poi abbassarlo subito sull’ iPhone del futuro che chissà come sarà. Non è una demonizzazione del progresso. Piuttosto, una critica al cattivo, esagerato e, a volte, pericoloso rapporto che l’essere umano stabilisce con esso.

E davanti all’indifferenza del nipote non potrò fare a meno di ricordare con nostalgia le storie dei miei nonni, con la consapevolezza che se risuscitassero ora dai morti per farsi un giretto dalle nostre parti scapperebbero subito dritti al cimitero, nonostante il femore rotto e il disorientamento, per scavare la loro tomba, sotterrarsi una volta per tutte e giurare a se stessi di non tornare mai più fra i mortali.

Però, nonni, non andate subito via. Magari prima fatemi fare un selfie con voi!

nonni

 

Welcome, Julia!

Quando l’integrazione passa anche dalla tv

Un post pubblicato ieri su Facebook dalla pagina di Usa Today ha catturato totalmente la mia attenzione. L’articolo annunciava l’entrata di un nuovo Muppet  nel famoso programma televisivo americano per bambini Sesame Street: si tratta di Julia, una bambina- muppet dai capelli rossi con la frangetta e gli occhioni grandi tipici degli altri pupazzi come lei.

Qual è la novità? Nulla di particolare. Semplicemente, Julia è una bambina con autismo.

Incuriosita, vado dunque sulla pagina social del programma per saperne di più e lì scopro un tripudio di video, foto e articoli di benvenuto al nuovo personaggio, che debutterà nelle case degli americani a partire dal 10 aprile prossimo.

La campagna dei produttori e collaboratori del programma è chiara. ”Sesame Street e Autismo: scoprire il bello in ogni bambino”.

“Julia – diceva l’articolo – è una bambina di quattro anni che fa le cose in modo un tantino diverso”, ma questo non è per lei e per gli amici pupazzi un limite, anzi. È stata ideata e creata da esperti nel settore proprio per dimostrare il contrario.

Sfatare i pregiudizi e i falsi miti sull’autismo, è questo l’obiettivo di chi lavora dietro le quinte del famoso mondo in gomma piuma.

Non sarebbe una cattiva idea se anche noi in Italia imitassimo l’iniziativa nei nostri programmi dedicati all’infanzia, sempre se esista ancora uno spazio dedicatole (ricordo, ad esempio, con nostalgia l’Albero Azzurro e la marionetta dal becco giallo e il corpo di pezza a pois Dodò, per non parlare di Bimb Bum Bam e del cane rosa Uan. Trasmettono ancora qualcosa del genere?).

Non basta, infatti, che in ogni classe sia presente un alunno disabile: è necessario che i nostri figli si confrontino fin dalla prima infanzia con la consapevolezza che la “diversità” è sempre e solo una ricchezza e mai un limite o qualcosa di cui aver paura e che il confine tra “normalità” e  “disabilità” in realtà non esiste.

Se tutto questo deve passare  anche dalla tv, che ben venga: per la prima volta saremo felici di lasciare i nostri bambini davanti al piccolo schermo.

Dal 10 aprile, dunque, Julia darà voce ai tanti bambini americani con autismo e con altre difficoltà. A tutti gli altri, aprirà il cuore e la mente verso una maggiore sensibilità. Impareranno così pian piano a difendersi dall’ignoranza e a non fidarsi mai dei pregiudizi.

Il vero problema, a mio avviso, è se Julia riuscirà mai a fare tutto questo anche con gli adulti.