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Perchè amo il mio peccato

“Tutte le gioie del mondo lasciano un senso di amarezza” – Giovanni Verga

Sono senza speranza. Che poi me l’ero promesso e ripromesso mille volte, ripetendo a questa mia testa squilibrata sempre il solito mantra: “Alessandra, lascia perdere e non farlo mai più. Ci sei già caduta una volta e ne hai pagato le conseguenze. Allontanati da lui, ti fa solo del male. Non cercarlo, non stuzzicarlo. Fa’ come se non ci fosse, come se non l’avessi mai conosciuto”. E invece no, non ce l’ho fatta. Sono come i bambini, quando mi si dice no capisco sì e quindi anche questa volta sono caduta con pieno e deliberato consenso in tentazione. L’ho pensato, l’ho desiderato, l’ho cercato e una volta trovato l’ho spogliato nervosamente e poi… Estasi pura. Incontro di anime. Scambio di piaceri. Quando tutto è finito, stanca ma profondamente felice, mi sono alzata dal letto e ho raccolto le briciole di ciò che rimaneva di quell’indimenticabile incontro.

Adesso però, come dopo ogni grave peccato che si rispetti, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, piango e mi dispero per il misfatto compiuto, pentita a implorare perdono a chi il perdono non lo concede mai: l’ago della bilancia. Mi siedo sul bordo del letto e il rotolone di pancia che sbrodola fuori dalla maglietta mi ricorda che la colpa non è solo mia. Il vero problema, la causa principale, il serpente che mi ha tentata e fatta cadere è l’Antica Dolceria Bonajuto di Modica. Cavoli, lì il cioccolato lo sanno fare proprio bene!

Puro cacao aromatizzato alla vaniglia, alla cannella, al caffè, al peperoncino, a tutto quello che vuoi, ripieno di granella di zucchero semolato. Croccante, dolce e amaro in un solo morso.

 

Ditemi voi, come potevo resistere alla tentazione delle sei barrette che ho comprato con sguardo assatanato e gli occhi iniettati di sangue, al loro odore, sapore, alla loro bellezza? Già la prima tavoletta – quella alla vaniglia – l’ho fatta fuori in cinque minuti. Ma non da sola. E no, l’ho messa in mezzo ad un panino. La totale pace dei sensi, con la conseguenza che ora mi ritrovo con la serotonina, l’anandamide, la matilxantine e la  feniletilammina a mille e con una botta in testa. Perché oltre a farmi diventare come una vacca e donarmi brevi ma intensi momenti di felicità, il cacao mi fa venire anche il mal di testa. Del resto, quale amore non reca sofferenza?

pane e cioccolato

 

Non mi resta, dunque, che eseguire la penitenza e promettere solennemente di fuggire altre occasioni prossime di peccato.

Tanto so già che sono vergognosamente recidiva e che questa conversione durerà il tempo dell’apertura della dispensa. Mi basterà rivederlo per ripercorrere con la mente quei focosi momenti insieme, rivivere il suo odore e il suo sapore per dare subito un calcio allo sportello, schiacciare senza pietà il grillo parlante della mia coscienza, ributtarmi con lui sul letto e perdere per l’ennesima volta completamente la testa.