Posts in Consiglialibro

L’Amurusanza

“Ma quanti piccioli procura la munnizza, signor sindaco?”

Una discarica. É in un ammasso di rifiuti che il sindaco di un piccolo paese siciliano – l’avvocato Pallante, corrotto fino al midollo, riverito dalla combriccola lecca culo come Sua Eccellenza e meglio conosciuto dai paesani come Occhi janchi – vuole trasformare la Saracina, un pezzo di terra fertile e rigoglioso, proprietà di Costanzo, il tabacchiere.
Ma Costanzo non ci sta, è un osso duro. E quando muore improvvisamente lasciando la tabaccheria e la Saracina in mano alla bella moglie Agata, le cose per il sindaco si complicano. Perché lei, Agata, è una fimmina tutta d’un pezzo: capisce che l’odio e la prepotenza che la vogliono fare fuori non si combattono con altra violenza ma a colpi di amurusanza.
C’è tutta la Sicilia in questo splendido romanzo di Tea Ranno, dalla trama ben articolata e spassosa, a tratti poetica.
C’è il suo sole, il vento, il caldo, il suo dialetto, il mare, il fango della corruzione e la prepotenza della mafia. Ma anche tanto, tanto ottimismo e il suo lieto fine vorrei vederlo concretizzarsi nella realtà della mia isola, ancora troppo fradicia di sudiciume. 

L'Amurusanza
L’Amurusanza


“Ci vuole un cambiamento delle coscienze”, scrive la Ranno. Ma di quali coscienze parliamo se le nuove generazioni, le più predisposte e pure, lei, la Sicilia, terra bella e puttana, se le sta facendo scappare anno dopo anno? Chi può cambiare le cose? Quelli che come me hanno scelto di restare?
Forse sì, iniziando con l’imparare a dire no.
Perché se continuiamo a tenere bassa la testa, altro non faremo che specchiarci nella merda che riempie strade e marciapiedi e poi, a furia di specchiarci, finiremo per assomigliarci, a tutta quella merda.
Tanti no possono fare saltare i vecchi equilibri.
Utopia? Chissà.
Noi, intanto, ci proviamo.
D’altronde, “a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”.
Un romanzo che ti entra dentro e non esce più, di quelli che, una volta finiti, lasciano un po’ orfani ma pieni di nuova bellezza.

Tea Ranno, ‘L’ Amurusanza’, Mondadori, 2019

Cammino Solco Forgia

“Non ti racconterò nulla di nuovo: intendo ridestare i tuoi ricordi”.

La trilogia di Escrivá vive sul mio comodino dal 2006, anno in cui la comprai dopo aver letto ‘Cammino’. Mi ha accompagnata nei vari traslochi e spostamenti, ha conosciuto tutte le mie case, da quella in affitto dei tempi dell’università a quella attuale, mi ha seguita nei viaggi in valigia e nelle passeggiate in borsa, non mi ha mai mollata un attimo.
Non abbiamo avuto sempre un bel rapporto, però. Ci sono stati giorni in cui, leggendola, mi sono sentita amata, in altri abbandonata, incompresa, in altri ancora confortata oppure schiaffeggiata. Perché la Parola si incontra e scontra sempre con il nostro essere uomo e donna, non sempre siamo pronti ad accoglierla.
É un libro non libro, questa trilogia: lo è perché parla dell’umanità, ne scava la natura, ne scortica la corazza fino a spogliarla di tutto e renderla visibile per quello che è, in tutta la sua fragilità. Parla di me, di te, di noi, di tutti. Allo stesso modo, non è un libro vero e proprio perché la si può leggere come pare, saltando alcuni punti, partendo dalla fine o dalla metà, aprendola a caso (come spesso faccio io) per vedere oggi cos’ha da dirmi e quindi cosa ho io da dare. 

Cammino Solco Forgia
Cammino Solco Forgia

Lo ammetto. Io per questo prete spagnolo con la tonaca nera ho perso la testa. Sarà perché parlava come piace a me, senza fronzoli, andando dritto al succo, sbattendoti in faccia la realtà della vita, mostrandoti l’unica Via per viverla al meglio. Che poi non è altro che essere te stesso e fare bene ciò per cui sei stato chiamato, lì dove sei e con chi sei.
Il mio punto preferito?
Cammino, 5: “Abituati a dire di no”.
No. Una parola che spesso può cambiarti la vita e salvarti l’anima.

E dal cielo caddero tre mele

“A Maran nessuno osava cullare la speranza di vedere giorni migliori. Il paese si limitava a vivere mestamente, come una condanna, il tempo che gli restava”

A Maran, piccolo paese dell’Armenia, vive un minuscolo villaggio di pastori e contadini, gente semplice, analfabeta, ma dall’animo pieno di saggezza e la mente allenata da tanta esperienza. É arroccato su una montagna, Maran, e la natura negli anni non gli ha risparmiato proprio nulla: prima un devastante terremoto, poi una terribile carestia. Non ha più futuro, questo piccolo paese. I sopravvissuti, infatti, non arrivano alla sessantina e sono tutti ormai avanti negli anni. E sono proprio le loro storie a riempire le pagine di uno dei romanzi più belli mai letti fino a oggi, a plasmare una realtà fatta di piatti tradizionali, superstizioni, di ricette segrete tramandate da donna a donna con fedeltà religiosa, con pochi – quasi nulli – contatti con il mondo che sta al di là della grande montagna.
Ci sono anche le disgrazie, gli unici bambini che muoiono per una febbre e i giovani che perdono la vita in guerra, la siccità, la violenza domestica.
Maran, però, non si lascia soffocare dal destino, non si abbatte, non si lamenta, sopporta e non impreca contro un Dio che pare averla dimenticata. Ma così non è. Presto, infatti, verrà premiata.
E proprio dove era impossibile che qualcosa di buono germogliasse, ecco sbocciare la vita, inaspettata.

E dal cielo caddero tre mele
E dal cielo caddero tre mele

Narine Abgarjan scrive divinamente. La sua penna è magica, poetica, profonda, delicata e ci consegna una storia che arriva dritta al cuore, con personaggi che sono il riflesso di tante anime. Tutti possiamo vedere noi stessi nelle loro vicende, nella vita di ciascuno di loro. Una vita semplice, combattuta, piena, vera.
Dove la speranza non muore mai.
“Ascolta quello che ho da dirti, Vaso: un barlume di felicità non cresce senza che Dio ci metta lo zampino. Se hai avuto in dono la felicità, accoglila e sappi essergliene grato. Non offendere il cielo con il tuo scetticismo e mostrati degno del dono che hai ricevuto”.

Narine Abgarjan, ‘E dal cielo caddero tre mele’, Francesco Brioschi Editore, 2018

Come il vento tra i mandorli

“Mio offrí ancora la ciambella dicendo: ‘Non si può vivere di rabbia, figlio mio’. Aprii le labbra e gli permise di imboccato. Era buonissima. Poi, all’improvviso, fui sopraffatto dal senso di colpa per il gusto dolce che avevo sulla lingua”

Per Ichmad l’odio ha il sapore di una ciambella appena sfornata. Non è una ciambella come tante: è stata impastata e cotta da una donna ebrea. Una nemica. Lui, palestinese di poco più di dieci anni, cova dentro di sé un odio tramandato da generazione in generazione. “Non si può vivere di rabbia, figlio mio”, gli dice il padre offrendogli, con quella ciambella, l’idea di un’altra via possibile all’astio e alla rivendicazione. Ichmad farà tesoro di quelle parole e crescerà con un solo obiettivo nel cuore, riuscire ad andare oltre l’odio, nonostante tutto. Nonostante le due sorelline ammazzate dall’esercito nemico. Nonostante il padre in prigione da innocente. Nonostante la casa fatta saltare in aria dagli israeliti.
E andrà avanti, fino a realizzare il sogno di insegnare matematica a New York, fino a trovare l’amore e l’amicizia più grande proprio dove non pensava mai di poterlo – o meglio, doverlo – trovare. 

Come il vento tra i mandorli
Come il vento tra i mandorli


Forse la storia di Ichmad non è poi così speciale. Sono tanti i romanzi che parlano di odio schiacciato dall’amore e di amore avvelenato dall’odio. Qui, però, c’è qualcosa in più che non va sottovalutato: l’autrice è ebrea.
Forse per l’umanità c’è ancora speranza…

Michelle Cohen Corasanti, ‘Come il vento tra i mandorli’, Feltrinelli, 2014

Soli e perduti

“Non sai mai quanto a fondo una persona ti si è conficcata nel cuore finché non cerchi di strapparla via”

Sono pochi gli autori in grado di parlare dell’amore – e di raccontarlo – con irresistibile ironia, senza però violarne la tenerezza. In “Soli e perduti'” Eshkol Nevo questo lo fa magistralmente, regalandoci una storia esilarante ma dal notevole spessore morale.
Tutto parte dal desiderio dell’anziano Geremia Mendelshtorm di donare una grande somma di denaro per la costruzione di un mikveh nella Città dei Giusti per onorare il ricordo della defunta moglie. Ma proprio quel mikveh sarà la causa di un divertente equivoco: il suo utilizzo, infatti, avrà poco a che fare con la voglia di purificarsi.
Da qui partono mille storie, mille voci, mille volti tutti accomunati da una inguaribile solitudine interiore.
Ben Zuk, Danino, Anton, Ayelet, Katia, Daniele e Naim sono come degli assoli perduti, uccelli migratori che appaiono inaspettatamente lontani dalla loro abituale rotta.

Soli e perduti
Soli e perduti

Qual è il loro posto nel mondo?
Verso dove sono dirette le loro esistenze?
Da chi o da cosa dipende la loro inquietudine, il loro tormento?
Il romanzo non dà le risposte ma offre la via per trovarle: “il miracolo più grande non è l’acqua scaturita da una roccia, né la manna dal cielo o l’apertura del Mar Rosso. Il miracolo più grande succede quando due persone s’incontrano nel momento giusto e diventano un posto, l’uno per l’altra”.
Il vero miracolo, come sempre, è l’amore.

Eshkol Nevo, ‘Soli e perduti’, Beat, 2017.

Quando tutto questo sarà finito

“Io provo nei confronti della Svizzera un sentimento di gratitudine infinita per avermi accolto nei suoi ospedali per farmi curare e nelle sue scuole per farmi studiare, per avermi fatto sentire una persona e non un mezzo cittadino, o peggio, uno schiavo. Certo, non mancarono ristrettezze e limitazioni, ma si trattò di inezie di fronte alla nobiltà che spinse un popolo ad aprire le porte ad una massa di stranieri con poco o nulla da offrire salvo la buona volontà”

Vittorio è solo un bambino quando, nel 1938, il destino della sua famiglia (mamma Giulietta, papà Maurizio e il fratellino Stefano) viene duramente segnato dall’entrata in vigore delle leggi razziali. La storia della famiglia Ottolenghi, però, non è come le altre arrivate a noi grazie alla copiosa letteratura sull’Olocausto e alle testimonianze dirette dei sopravvissuti. A guidare le sorti dei quattro personaggi, infatti, non sarà il male assoluto ma il bene gratuito ricevuto da perfetti sconosciuti. Il tenente Emilio, ad esempio, giovane in divisa che rischierà la pelle pur di aiutarli in piena notte a superare il confine fino in Svizzera, dove arriveranno come perseguitati razziali. O la signora Linde, cartolaia di Olten, che non ci penserà su neanche un attimo a prendersi cura di Vittorio, aprendogli le porte della sua casa.
Ecco, è questo il cuore della storia raccontata da Gioele Dix, volto noto del teatro e della TV italiana e nipote di Vittorio, padre di suo padre: quell’ “intima bontà dell’uomo” di cui parlava Anne Frank nel suo diario e nella quale ha sempre creduto, fino alla fine, nonostante tutto.

Quando tutto questo sarà finito
Quando tutto questo sarà finito

Una storia che è una boccata di ottimismo, gratitudine, solidarietà, che non ha in realtà un vero e proprio lieto fine ma che lascia nel lettore un forte senso di speranza, in un oggi in cui credere nella bontà dell’essere umano non è facile.
Eppure basterebbe veramente poco.
Il bene, così come il suo opposto, non nascono dal nulla. Una nostra scelta può cambiare, salvare o annientare la vita di altri.
Dipende solo da noi e dalla direzione che decidiamo di dare alle nostre azioni, dal senso che attribuiamo alla nostra vita.

Gioele Dix, ‘Quando tutto questo sarà finito’, Mondadori, 2018

Rosso Parigi

“Come può una persona cambiarci gli occhi? Cambiare il nostro modo di vedere?”

L’incontro realmente avvenuto fra la rossa diciassettenne Victorine Meureunt e il giovane Edouard Manet è il cuore di questo romanzo ambientato nella Parigi di fine ottocento. Tutto avviene rapidamente. Lei, intenta a dipingere un gatto davanti ad una vetrina con l’amica Denise, lui che passa di là per caso e ne rimane irresistibilmente attratto (da entrambe, la rossa e la bruna, mica solo da una). All’inizio sembra un gioco a tre, poi Victorine non ci sta e va a vivere con lui, diventando così la sua musa, il volto che oggi possiamo ammirare in quadri tipo Olympia (in copertina) e Colazione sull’erba.

rosso parigi
rosso parigi

Ma se tra i due c’è amore, beh, né si vede né si sente, almeno qui nel romanzo. Perché quello che poteva essere un interessante approfondimento sulla vita di questi due personaggi è diventato con la penna della Gibbon un ridicolo romanzo erotico. Non c’è arte, non c’è Parigi con i suoi stimoli, non c’è nulla, solo quattro dialoghi qua e là giusto per tenere il filo. E poi sesso, tanto noioso sesso. Nessun tratteggio, nessuna ombra, nessun colore. Solo scene da 50 sbavate sfumature.

Maureen Gibbon, ‘Rosso Parigi’, Einaudi, 2016

In tutto c’è stata bellezza

“La speranza di rivedervi, papà, mamma. Io sono soltanto questo: speranza di rivedervi”

Parlare di se stessi e della propria famiglia d’origine senza peli sulla lingua e farlo liberando il ricordo e le parole dai lacci del pudore e del buon senso, raccontandone le cose che sono state per come realmente sono state, le cose dette e quelle volutamente taciute, i fatti che lasciano un forte senso di vergogna e quelli dalla tenera nostalgia. E’ questo che fa Manuel Vilas, poeta e narratore di Barbastro, in un libro autobiografico di 175 capitoli dal forte accento nichilista.

In tutto c'è stata bellezza
In tutto c’è stata bellezza

Il leitmotiv che lega tutta la storia è uno solo: la morte dei genitori, avvenuta quando Vilas era già adulto e vaccinato. Ma se è vero che la scomparsa del padre e della madre è un evento doloroso a qualsiasi età, è pure vero che per Manuel ormai cinquantenne questo evento è diventato un’ossessione quasi esagerata. Nella sua narrazione non c’è spazio per sentimenti positivi, o meglio, ci sono ma sono legati soltanto alla sua vita passata, quando i suoi erano ancora in vita. Il padre e la madre diventano, dunque, due fantasmi che svolazzano pesantemente qua e là per tutto il libro, i protagonisti di una vita – quella del figlio – che non ne accetta il suo naturale tramonto. Lui l’eroe, lei l’unica donna della sua vita (arrivando persino a confessare che le altre donne, ex moglie compresa, erano solamente una sua copia), sono in realtà il più grande nodo irrisolto di Vilas. E fa tenerezza, quasi pena, questa sua incapacità di far pace con la morte. Bambino abusato per ben due volte, non confesserà mai ai genitori la violenza subita e credo sia lì l’origine e la causa del suo tormento. Il bimbo violato non cresce più, la sua vita si ferma di colpo nell’attimo di quella mostruosa carezza, e Manuel è ancora fermo a quel tempo. Per questo non può sopravvivere serenamente ai suoi genitori: ha ancora bisogno di essere cullato, curato, di sentirsi al sicuro. Di perdonare una colpa non sua.
‘In tutto c’è stata bellezza’ è un libro che va letto con un certo distacco mentale. Consigliato a chi ama la prosa un po’ poetica, assolutamente sconsigliato a chi si lascia prendere troppo dai drammi, propria e degli altri.
Per quanto mi sia sforzata di cercarla capitolo dopo capitolo, l’unica bellezza che sono riuscita a cogliere è soltanto quella del titolo.

Manuel Vilas, ‘In tutto c’è stata bellezza’, Guanda, 2019

La mia Londra

“Per capire una cittá bisogna conoscerne l’anima”

É proprio dritti al cuore di Londra che si arriva leggendo questo libro, pagina dopo pagina. Un libro che – come ci tiene a sottolineare la stessa autrice – non é una guida turistica, né un saggio, né una biografia, ma semplicemente” una grande dichiarazione d’amore ad una grande città e ai suoi abitanti”. E questo amore Simonetta Agnello Hornby lo dimostra largamente in piú di quaranta brevi capitoli, dalla sua partenza nel 1969 fino a oggi, raccontando candidamente dei suoi primi passi da straniera, passando poi alla realizzazione del suo sogno – diventare un solicitor della City – dei rapporti con i vicini (sempre troppo silenziosi), delle passeggiate alla scoperta della bellezza inglese, tenendo sempre il lettore per mano. La sensazione che si ha é proprio quella di viaggiare insieme ad un’amica, di quelle che vivono all’estero da anni e che per questo non ti mostra solo quello che della città conosce il mondo intero, ma anche quello che esiste in silenzio: l’anima delle cose e delle persone.
Molto belli i capitoli dedicati alla cucina: una sorpresa per me sentir dire ad una siciliana doc come Simonetta che la cucina inglese puó anche essere deliziosa.
Un libro che consiglio a chi ama Londra, a chi già la conosce o a chi si prepara per incontrare una delle città europee (ancora per poco?) piú variegata nel suo essere in assoluto.
“Oggi che la Gran Bretagna non é più la super potenza di un tempo si nota più insicurezza e un atteggiamento ostile verso l’immigrato e il diverso. Un atteggiamento che detesto ma che non mi fa paura: finirà, perché la popolazione è sempre più mista. Si calcola che nel 2030 la metà dei cittadini dell’intero Regno Unito sarà di sangue misto, come i miei figli. Questa sarà la grande forza della Gran Bretagna, una forza che nasce da Londra”

Simonetta Agnello Hornby, ‘La mia Londra’, Giunti Editore, 2014

Resto qui

“Il progresso vale piú di un mucchietto di case”

Nel 1950 gli imprenditori della Montecatini espropriano i paesi di Curon e Resia, in Alto Adige, secondo l’assurdo progetto della costruzione di una diga per lo sfruttamento di energia elettrica. Poco importa se tutto verrà sommerso dall’acqua: in breve tempo gli abitanti saranno costretti ad andare via e ad assistere alla distruzione delle proprie case. Di quei paesi non resta più nulla. Solo il campanile della chiesa svetta ancora eretto, immerso nelle acque di quello che sembra un laghetto, a testimoniare la violenza di quella scelta.
É in questo preciso momento storico che Balzano intreccia con grande abilità la Storia con la storia di Trina, abitante di Curon che insieme al marito cercherà in mille modi di bloccare quel progetto. Inutilmente, perché nessun appello – neanche quello di Papa Pio XII – verrà accolto.

Resto qui
Resto qui
Campanile di Curon
Campanile di Curon

Un romanzo asciutto e scorrevole che ha l’enorme merito di aver acceso i riflettori su un avvenimento storico troppo a lungo taciuto dai libri e dai giornali, una storia avvincente dove restare diventa sinonimo di lottare contro la violenza della Storia.
“Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta é diventato un’attrazione turistica. Si scattano le foto con il campanile alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita”.

Marco Balzano, ‘Resto qui’, Einaudi, 2018