“Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va”

Caro 2018,

sei arrivato da pochi giorni e già si parla tanto di te. Pensa, neanche il tempo dell’ultimo rintocco che è subito partita un po’ ovunque la lista delle nostre richieste, dall’ormai tradizionale pace nel mondo alla mai esaudita scomparsa della cellulite. E tu, così acerbo, ma con le spalle cariche del peso della Storia devi già far fronte alle lamentele di chi, non (o mai?) soddisfatto di ciò che è stato, vorrebbe adesso di più. Perché noi esseri umani siamo così, caro 2018. Fragili al punto da non riuscire a capire cosa vogliamo veramente né di cosa abbiamo realmente bisogno. E chiediamo, chiediamo, chiediamo. Per poi lamentarci, puntualmente.

Tantissimi sono gli anni che ti hanno preceduto, ciascuno con le sue glorie e le sue cadute. Prendi, ad esempio, il tuo fratello più vicino, il 2017. È iniziato seppellendo sotto la neve dei turisti in vacanza e si è chiuso con una legge che non mi è ancora chiaro se sia a tutela della vita o della morte. E poi, in mezzo a tutto questo, guerre tra fratelli in nome di un’assurda indipendenza, scherzetti tipo “chi lancerà il missile più grosso?”, gente che ha sfidato le onde e che poi si è vista disprezzare da muri di ostilità e giovani volati via senza speranza, quella che non fa rima con sogni ma con dignità. È vero, lo so, ha riservato anche cose belle. A me personalmente ha fatto il regalo più grande e per questo lo ricorderò sempre con immensa gratitudine, come uno dei miei anni più pieni.

Nelle infinite storie personali il 2017 ha dato e tolto tanto e tu questo lo sai bene, caro 2018, perché è il tuo lavoro, esisti per questo e questo è ciò che farai anche tu. E poi, alla fine dei giochi, tireremo anche di te le somme.

Se oggi ti scrivo, però, non è per avere in largo anticipo il trailer di quello che sarà, per quanto grande possa essere la curiosità. Non sono qui a chiederti che programmi hai, né cercare di capire se sarai in grado di colmare le buche lasciate vuote dai tuoi fratelli maggiori e neanche per consegnarti – come ho sempre fatto in passato –  la mia lista dei buoni propositi. Non ne ho mai azzeccata una quindi quest’anno – per te – ho deciso di farne a meno. Perché se c’è una cosa che mi ha insegnato la vita è che odia le aspettative. Sono tra loro incompatibili, non potranno mai andare d’accordo. Quindi basta, non mi aspetto nulla.

Ma una cosa voglio chiedertela. Non è proprio una richiesta, prendila più come un consiglio sul tuo operato, ecco. Vorrei che tu, alla fine del tuo mandato, fossi ricordato come l’anno del silenzio. 365 giorni di assoluto silenzio. Placa il rumore delle invidie, lo stridore delle usurpazioni, lo schiamazzo della competizione sleale, l’urlo della menzogna e della vendetta, il clamore della prevaricazione, il tonfo dell’esclusione. Mettici a tacere. Ne abbiamo proprio bisogno, caro 2018. Donaci quel silenzio interiore che ci renda capaci di metterci faccia a faccia con il nostro essere così piccoli, così finiti. Chissà, magari in questo modo riusciremo finalmente ad accogliere ogni cosa nella nostra vita con pienezza, anche quelle cose che non avevamo considerato o, ancora più difficile, quelle che non avremmo mai voluto considerare, e ad uscire fuori da noi stessi, liberi dalle catene dell’io. Tutto il resto so già che purtroppo si ripeterà come da copione, in un ciclo di Storia e di storie che sembrano sempre le stesse nonostante i secoli passati. Siamo uomini, 2018.

Adesso chiudo, ti ho rubato troppo tempo e  so che per te il tempo è  prezioso.

Ti ringrazio già da ora, mio caro 2018, e ti prometto che nulla di ciò che mi concederai andrà perduto. Tu, se puoi, evita di metterci troppo alla prova in questi giorni che verranno.

Con affetto,

Alessandra.

Ah, quasi dimenticavo: ricordati della cellulite!

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