Il ruolo della donna era procreare, accudire e servire. Maria lo rinnegava. Lei voleva essere felice, e per riuscirci aveva bisogno d’amore. Sempre.”

Un primo piano della scrittrice siciliana Simonetta Agnello Hornby
Foto Di Niccolò Caranti – Opera propria, CC BY-SA 3.0

Leggere Simonetta Agnello Hornby è sempre molto piacevole.

Non è solo una semplice questione di intreccio narrativo. Credo che a renderla particolarmente cara a molti lettori sia la sua capacità di prenderli per mano e guidarli ogni volta verso una Sicilia continuamente in bilico tra bellezza e contraddizione.

Forse sono un po’ di parte – essendo io stessa siciliana – ma chi tra quelli che hanno letto anche uno solo dei suoi romanzi non ha provato un forte desiderio di andare a scoprire con i propri occhi quella terra dai suoi abitanti tanto amata quanto maledetta?

Sono più che convinta che Caffè amaro sia stato per Simonetta una gran bella sfida.

Il romanzo, infatti, si sviluppa in un lasso di tempo molto lungo, dai fasci siciliani al secondo dopoguerra, ed è in questo contesto storico che vive Maria, la vera protagonista, in una Palermo ricca ed elegante prima, deturpata dai bombardamenti dopo.

Iniziata all’amore appena sedicenne dal marito Pietro, molto più grande di lei, Maria vivrà una vita circondata da agi e ricchezze, vista l’alta posizione sociale ottenuta con quel matrimonio, lei che si sposa senza dote. Viaggi, incontri con personaggi illustri della capitale, ricevimenti importanti, serate al teatro e collezioni d’arte saranno i suoi impegni principali. Ma non sarà lì che troverà la sua felicità. Presto si renderà conto che è in Giosuè e con Giosuè – ebreo di Livorno adottato dal padre quando entrambi erano due bambini – che sarà veramente completa.

Inizierà a prendere forma così un grande amore clandestino, interrotto dalla guerra e messo in pericolo dalle leggi razziali entrate in vigore in Italia nel 1938.

Devo ammettere che ho trovato molto lenta la prima parte del romanzo e ho faticato parecchio ad andare avanti, ma la seconda mi ha completamente rapita. Tra l’altro, ho come la sensazione che il personaggio di Giosuè sia stato creato un tantino frettolosamente e ho percepito poca coerenza tra la sua stessa natura e le lettere che lui invierà a Maria durante la guerra riportate al capitolo 42, lettere che la stessa autrice dichiara in una nota di aver selezionato e rimaneggiato da una raccolta presente nel volume “Si dubita sempre delle cose più belle” (Bompiani, Sarah Zappulla Muscarà – Enzo Zappulla). Leggendole, non ho sentito alcun legame tra Giosuè e quelle frasi, molto intense.

Queste le uniche mie critiche. Per il resto, consiglio a tutti la lettura di Caffè amaro, un romanzo maturo nella forma e nei dettagli, pieno di passione e di Storia.

Leggerlo è stato per me anche un’occasione per rispolverare vecchie nozioni di storia studiate al liceo e lasciate impolverare in un angolino minuscolo della mia debole memoria, unendo così l’utile al dilettevole.

Inoltre, il suo acquisto mi ha permesso incontrare l’autrice di persona, con tanto di copia autografata e stretta di mano, un pomeriggio di giugno alla Feltrinelli di Palermo: sentirsi come un’adolescente che incontra il suo idolo, alla mia età, so’ soddisfazioni!

E così, anche questa volta come tutte le altre, non posso che riconoscere che Simonetta Agnello Hornby ha nuovamente colpito nel segno.

Al momento di porgere i biscotti, Sistina si sovvenne di non aver offerto lo zucchero a Maria.

“Scusami, lo volevi?”

“Grazie, va bene così…”

Giuseppina Tummia la osservava. Sapeva che Maria amava le bevande zuccherate. Se lo meritava il caffè amaro, quella pupidda, per giunta senza dote, che aveva ammaliato Pietro togliendolo a sua figlia Carolina.

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