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Ai miei tempi

Ieri mattina mi sono svegliata un tantino più tardi del solito, colpa della peperonata mangiata la sera precedente che ha reso il mio inconscio – già di per sé piuttosto strano – più incomprensibile del solito nella sua manifestazione onirica (un leone cerca di acchiapparmi per soddisfare i suoi istinti famelici, io mi nascondo in una stanza e chiudo la porta. Wow, ce l’ho fatta, penso. Ma quello là è più furbo di me e lo sento arrivare. Lo guardo dallo spioncino e con tutte le forze che ho cerco di trattenere la porta ben chiusa, ma lui ha la meglio, entra e si ferma. Perfetto, sono morta – mi dico. Ma il leone non mi sbrana: si toglie la testa come fosse un costume di carnevale e rimane per metà leone e per metà uomo, ma non riesco a guardarlo bene in faccia. Fine dell’incubo. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarmi come mai i sogni non hanno mai un epilogo). Comunque, dicevo, mi sono svegliata tardi, quindi in fretta e furia mi preparo e scappo verso la fermata dell’autobus (che poi in realtà potevo anche fare tutto molto lentamente dal momento che qui a Palermo gli autobus arrivano sempre con circa due-tre giorni di ritardo). Nell’attesa della sua venuta mi siedo sullo sgabellino di legno e inizio a leggere. La cosa però mi riesce difficile perché improvvisamente vengo travolta da uno sciame di ragazzini e bambini, tutti rigorosamente in jeans e sicuramente puzzolenti scarpe da ginnastica.

Ah, già, è vero. È iniziata la scuola.

Ce n’è di tutti i tipi, visto che abito in un quartiere pieno zeppo di edifici scolastici (due materne, due primarie, due medie e diversi licei): c’è il bambino piagnucoloso con il moccolo che non vuole staccarsi dalla mamma (e lasciale la mano, porca miseria, se vorrai trovare una donna in futuro) e la bambina che appena rivede l’amichetta di banco inizia a urlare per la felicità. C’è il pischello con quattro peli in faccia e la sigaretta in mano che fa lo scemo con quella che ha scoperto da poco il magico potere del push up di far sembrare vero ciò che neanche esiste ma che non riesce ad articolare una frase di senso compiuto in italiano e il gruppetto palesemente nerd.

Mi fermo ad osservarli e la prima cosa che salta subito all’occhio è la sindrome dell’omologazione che colpisce gli adolescenti. Tutti uguali. Stesso taglio di capelli, stessi vestiti, stessa camminata, stesso zaino, stesso modo di parlare. Vittime di una moda che ci vuole uguali per essere accettati e che di conseguenza non prevede diversità alcuna, a scapito dell’unicità e dell’originalità (e aggiungerei anche del buon senso). Contenti loro…

Ma i miei pensieri vengono improvvisamente interrotti da due tipe che si avvicinano striscianti alla fermata dell’autobus dove mi trovo. Sedici anni circa, facce pallide e rassegnate.

Che palle. Stamattina alle sette mi sono alzata, ci credi?”

Lo so, anch’io. Un botto! Che palle, fino a ieri non mi alzavo prima delle undici e ora mi sento tutta rincoglionita”

Che palle! Non vedo l’ora che finisce ‘sta c**** di scuola”

Io invece non vedo l’ora di avere trent’anni così potrò fare tutto quello che voglio, che palle”

Ma vero! Che palle, da oggi si ricomincia con i compiti, le interrogazioni…”

Miii, non me ne parlare, troppe palle ho! Ma secondo te Maurizio della IV B è ancora zito con quella là?”

Non lo so. A luglio l’ho visto in spiaggia con un’altra…”

Ora, a parte lo sconsiderato numero di ‘che palle’ pronunciato dalle due ragazze e il mancato aggiornamento sulla situazione sentimentale di Maurizio, la cosa che più mi colpì è che anch’io alla loro età pensavo e dicevo le stesse cose. Anch’io ho desiderato che gli anni volassero via veloci e che il tempo della scuola e poi dell’università finisse presto (pur amando lo studio sopra ogni cosa) per arrivare a quello che per l’immaginario di ogni adolescente di tutte le epoche è il tempo della pienezza di non si sa ancora cosa, perché in quegli anni le idee non sempre sono così chiare.

Eppure è allora che ci giochiamo tutto, dal momento che quello che scegliamo di essere a quindici anni sarà più o meno ciò che saremo a trenta.

È in quegli anni che si prendono le scelte più rischiose che potranno essere per noi pane da assaporare o sassi da tirarci contro (o contro cui sbattere la testa in preda ai ‘se fossi stato un po’ più maturo…’) ed è tutto nelle nostre mani perché non esiste il destino in queste cose.

Siamo ciò che scegliamo noi stessi di essere, niente di più.

Al suono delle campanelle scomparvero tutti, come se gli edifici li avessero inghiottiti.

E in quel momento rividi me stessa, il primo giorno d’asilo attaccata alle sbarre della finestra in attesa del ritorno di mia madre (ho frequentato solo per tre mesi, in brevissimo tempo avevo intuito che la vita là dentro non facesse per me), il primo giorno alle elementari quando mio padre mi chiese “con chi vuoi sederti?” e io scelsi una bambina che a sua volta ne aveva scelta un’altra ed erano già sedute comodamente a chiacchierare. “Voglio lei” dissi a mio padre e costrinsi la poverina ad alzarsi dal suo banco per sedersi accanto a me, iniziando così un’amicizia che durò per anni. Poi alle medie, sempre con lei come compagna di banco, accompagnata in classe dai miei zii che sbucavano timidamente dalla porta della classe per controllare che tutto andasse bene, al liceo rigorosamente senza genitori o parenti accompagnatori ‘perché altrimenti mi sfottono’, all’università il primo giorno di lezione in auto con le mie coinquiline, e mi accorgo che il tempo che tanto desideravo passasse veloce alla fine ha proprio esaudito il mio desiderio perché è fuggito via senza che me ne accorgessi, lasciandomi ricordi piacevoli e altri meno piacevoli ma che comunque vorrei tanto poter rivivere, perchè no, anche per riuscire a cambiare o aggiustare le cose con l’aiuto del famoso senno di poi.

Per tutto il giorno quei ricordi e le emozioni ad essi legati mi accompagnarono facendomi ora sorridere, ora sentire forte la nostalgia di ombre che furono e che ora non sono più.

Non ho cacciato via questa sensazione, se pur mesta, ma l’ho accolta per quello che è, una parte di me, la radice di quello che sono oggi, in un tempo che cambia, che passa continuamente e mai aspetta.

Ripenso a quelle ragazze e alla loro voglia di accelerare gli attimi, poi guardo la pila di panni da stirare e mi accascio sul divano, ricadendo nel solito, vecchio vizio.

Che palle, non vedo l’ora che…”

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Caffè amaro

Il ruolo della donna era procreare, accudire e servire. Maria lo rinnegava. Lei voleva essere felice, e per riuscirci aveva bisogno d’amore. Sempre.”

Un primo piano della scrittrice siciliana Simonetta Agnello Hornby
Foto Di Niccolò Caranti – Opera propria, CC BY-SA 3.0

Leggere Simonetta Agnello Hornby è sempre molto piacevole.

Non è solo una semplice questione di intreccio narrativo. Credo che a renderla particolarmente cara a molti lettori sia la sua capacità di prenderli per mano e guidarli ogni volta verso una Sicilia continuamente in bilico tra bellezza e contraddizione.

Forse sono un po’ di parte – essendo io stessa siciliana – ma chi tra quelli che hanno letto anche uno solo dei suoi romanzi non ha provato un forte desiderio di andare a scoprire con i propri occhi quella terra dai suoi abitanti tanto amata quanto maledetta?

Sono più che convinta che Caffè amaro sia stato per Simonetta una gran bella sfida.

Il romanzo, infatti, si sviluppa in un lasso di tempo molto lungo, dai fasci siciliani al secondo dopoguerra, ed è in questo contesto storico che vive Maria, la vera protagonista, in una Palermo ricca ed elegante prima, deturpata dai bombardamenti dopo.

Iniziata all’amore appena sedicenne dal marito Pietro, molto più grande di lei, Maria vivrà una vita circondata da agi e ricchezze, vista l’alta posizione sociale ottenuta con quel matrimonio, lei che si sposa senza dote. Viaggi, incontri con personaggi illustri della capitale, ricevimenti importanti, serate al teatro e collezioni d’arte saranno i suoi impegni principali. Ma non sarà lì che troverà la sua felicità. Presto si renderà conto che è in Giosuè e con Giosuè – ebreo di Livorno adottato dal padre quando entrambi erano due bambini – che sarà veramente completa.

Inizierà a prendere forma così un grande amore clandestino, interrotto dalla guerra e messo in pericolo dalle leggi razziali entrate in vigore in Italia nel 1938.

Devo ammettere che ho trovato molto lenta la prima parte del romanzo e ho faticato parecchio ad andare avanti, ma la seconda mi ha completamente rapita. Tra l’altro, ho come la sensazione che il personaggio di Giosuè sia stato creato un tantino frettolosamente e ho percepito poca coerenza tra la sua stessa natura e le lettere che lui invierà a Maria durante la guerra riportate al capitolo 42, lettere che la stessa autrice dichiara in una nota di aver selezionato e rimaneggiato da una raccolta presente nel volume “Si dubita sempre delle cose più belle” (Bompiani, Sarah Zappulla Muscarà – Enzo Zappulla). Leggendole, non ho sentito alcun legame tra Giosuè e quelle frasi, molto intense.

Queste le uniche mie critiche. Per il resto, consiglio a tutti la lettura di Caffè amaro, un romanzo maturo nella forma e nei dettagli, pieno di passione e di Storia.

Leggerlo è stato per me anche un’occasione per rispolverare vecchie nozioni di storia studiate al liceo e lasciate impolverare in un angolino minuscolo della mia debole memoria, unendo così l’utile al dilettevole.

Inoltre, il suo acquisto mi ha permesso incontrare l’autrice di persona, con tanto di copia autografata e stretta di mano, un pomeriggio di giugno alla Feltrinelli di Palermo: sentirsi come un’adolescente che incontra il suo idolo, alla mia età, so’ soddisfazioni!

E così, anche questa volta come tutte le altre, non posso che riconoscere che Simonetta Agnello Hornby ha nuovamente colpito nel segno.

Al momento di porgere i biscotti, Sistina si sovvenne di non aver offerto lo zucchero a Maria.

“Scusami, lo volevi?”

“Grazie, va bene così…”

Giuseppina Tummia la osservava. Sapeva che Maria amava le bevande zuccherate. Se lo meritava il caffè amaro, quella pupidda, per giunta senza dote, che aveva ammaliato Pietro togliendolo a sua figlia Carolina.

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L’Amurusanza

“Ma quanti piccioli procura la munnizza, signor sindaco?”

Una discarica. É in un ammasso di rifiuti che il sindaco di un piccolo paese siciliano – l’avvocato Pallante, corrotto fino al midollo, riverito dalla combriccola lecca culo come Sua Eccellenza e meglio conosciuto dai paesani come Occhi janchi – vuole trasformare la Saracina, un pezzo di terra fertile e rigoglioso, proprietà di Costanzo, il tabacchiere.
Ma Costanzo non ci sta, è un osso duro. E quando muore improvvisamente lasciando la tabaccheria e la Saracina in mano alla bella moglie Agata, le cose per il sindaco si complicano. Perché lei, Agata, è una fimmina tutta d’un pezzo: capisce che l’odio e la prepotenza che la vogliono fare fuori non si combattono con altra violenza ma a colpi di amurusanza.
C’è tutta la Sicilia in questo splendido romanzo di Tea Ranno, dalla trama ben articolata e spassosa, a tratti poetica.
C’è il suo sole, il vento, il caldo, il suo dialetto, il mare, il fango della corruzione e la prepotenza della mafia. Ma anche tanto, tanto ottimismo e il suo lieto fine vorrei vederlo concretizzarsi nella realtà della mia isola, ancora troppo fradicia di sudiciume. 

L'Amurusanza
L’Amurusanza


“Ci vuole un cambiamento delle coscienze”, scrive la Ranno. Ma di quali coscienze parliamo se le nuove generazioni, le più predisposte e pure, lei, la Sicilia, terra bella e puttana, se le sta facendo scappare anno dopo anno? Chi può cambiare le cose? Quelli che come me hanno scelto di restare?
Forse sì, iniziando con l’imparare a dire no.
Perché se continuiamo a tenere bassa la testa, altro non faremo che specchiarci nella merda che riempie strade e marciapiedi e poi, a furia di specchiarci, finiremo per assomigliarci, a tutta quella merda.
Tanti no possono fare saltare i vecchi equilibri.
Utopia? Chissà.
Noi, intanto, ci proviamo.
D’altronde, “a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”.
Un romanzo che ti entra dentro e non esce più, di quelli che, una volta finiti, lasciano un po’ orfani ma pieni di nuova bellezza.

Tea Ranno, ‘L’ Amurusanza’, Mondadori, 2019

Cammino Solco Forgia

“Non ti racconterò nulla di nuovo: intendo ridestare i tuoi ricordi”.

La trilogia di Escrivá vive sul mio comodino dal 2006, anno in cui la comprai dopo aver letto ‘Cammino’. Mi ha accompagnata nei vari traslochi e spostamenti, ha conosciuto tutte le mie case, da quella in affitto dei tempi dell’università a quella attuale, mi ha seguita nei viaggi in valigia e nelle passeggiate in borsa, non mi ha mai mollata un attimo.
Non abbiamo avuto sempre un bel rapporto, però. Ci sono stati giorni in cui, leggendola, mi sono sentita amata, in altri abbandonata, incompresa, in altri ancora confortata oppure schiaffeggiata. Perché la Parola si incontra e scontra sempre con il nostro essere uomo e donna, non sempre siamo pronti ad accoglierla.
É un libro non libro, questa trilogia: lo è perché parla dell’umanità, ne scava la natura, ne scortica la corazza fino a spogliarla di tutto e renderla visibile per quello che è, in tutta la sua fragilità. Parla di me, di te, di noi, di tutti. Allo stesso modo, non è un libro vero e proprio perché la si può leggere come pare, saltando alcuni punti, partendo dalla fine o dalla metà, aprendola a caso (come spesso faccio io) per vedere oggi cos’ha da dirmi e quindi cosa ho io da dare. 

Cammino Solco Forgia
Cammino Solco Forgia

Lo ammetto. Io per questo prete spagnolo con la tonaca nera ho perso la testa. Sarà perché parlava come piace a me, senza fronzoli, andando dritto al succo, sbattendoti in faccia la realtà della vita, mostrandoti l’unica Via per viverla al meglio. Che poi non è altro che essere te stesso e fare bene ciò per cui sei stato chiamato, lì dove sei e con chi sei.
Il mio punto preferito?
Cammino, 5: “Abituati a dire di no”.
No. Una parola che spesso può cambiarti la vita e salvarti l’anima.

E dal cielo caddero tre mele

“A Maran nessuno osava cullare la speranza di vedere giorni migliori. Il paese si limitava a vivere mestamente, come una condanna, il tempo che gli restava”

A Maran, piccolo paese dell’Armenia, vive un minuscolo villaggio di pastori e contadini, gente semplice, analfabeta, ma dall’animo pieno di saggezza e la mente allenata da tanta esperienza. É arroccato su una montagna, Maran, e la natura negli anni non gli ha risparmiato proprio nulla: prima un devastante terremoto, poi una terribile carestia. Non ha più futuro, questo piccolo paese. I sopravvissuti, infatti, non arrivano alla sessantina e sono tutti ormai avanti negli anni. E sono proprio le loro storie a riempire le pagine di uno dei romanzi più belli mai letti fino a oggi, a plasmare una realtà fatta di piatti tradizionali, superstizioni, di ricette segrete tramandate da donna a donna con fedeltà religiosa, con pochi – quasi nulli – contatti con il mondo che sta al di là della grande montagna.
Ci sono anche le disgrazie, gli unici bambini che muoiono per una febbre e i giovani che perdono la vita in guerra, la siccità, la violenza domestica.
Maran, però, non si lascia soffocare dal destino, non si abbatte, non si lamenta, sopporta e non impreca contro un Dio che pare averla dimenticata. Ma così non è. Presto, infatti, verrà premiata.
E proprio dove era impossibile che qualcosa di buono germogliasse, ecco sbocciare la vita, inaspettata.

E dal cielo caddero tre mele
E dal cielo caddero tre mele

Narine Abgarjan scrive divinamente. La sua penna è magica, poetica, profonda, delicata e ci consegna una storia che arriva dritta al cuore, con personaggi che sono il riflesso di tante anime. Tutti possiamo vedere noi stessi nelle loro vicende, nella vita di ciascuno di loro. Una vita semplice, combattuta, piena, vera.
Dove la speranza non muore mai.
“Ascolta quello che ho da dirti, Vaso: un barlume di felicità non cresce senza che Dio ci metta lo zampino. Se hai avuto in dono la felicità, accoglila e sappi essergliene grato. Non offendere il cielo con il tuo scetticismo e mostrati degno del dono che hai ricevuto”.

Narine Abgarjan, ‘E dal cielo caddero tre mele’, Francesco Brioschi Editore, 2018

Come il vento tra i mandorli

“Mio offrí ancora la ciambella dicendo: ‘Non si può vivere di rabbia, figlio mio’. Aprii le labbra e gli permise di imboccato. Era buonissima. Poi, all’improvviso, fui sopraffatto dal senso di colpa per il gusto dolce che avevo sulla lingua”

Per Ichmad l’odio ha il sapore di una ciambella appena sfornata. Non è una ciambella come tante: è stata impastata e cotta da una donna ebrea. Una nemica. Lui, palestinese di poco più di dieci anni, cova dentro di sé un odio tramandato da generazione in generazione. “Non si può vivere di rabbia, figlio mio”, gli dice il padre offrendogli, con quella ciambella, l’idea di un’altra via possibile all’astio e alla rivendicazione. Ichmad farà tesoro di quelle parole e crescerà con un solo obiettivo nel cuore, riuscire ad andare oltre l’odio, nonostante tutto. Nonostante le due sorelline ammazzate dall’esercito nemico. Nonostante il padre in prigione da innocente. Nonostante la casa fatta saltare in aria dagli israeliti.
E andrà avanti, fino a realizzare il sogno di insegnare matematica a New York, fino a trovare l’amore e l’amicizia più grande proprio dove non pensava mai di poterlo – o meglio, doverlo – trovare. 

Come il vento tra i mandorli
Come il vento tra i mandorli


Forse la storia di Ichmad non è poi così speciale. Sono tanti i romanzi che parlano di odio schiacciato dall’amore e di amore avvelenato dall’odio. Qui, però, c’è qualcosa in più che non va sottovalutato: l’autrice è ebrea.
Forse per l’umanità c’è ancora speranza…

Michelle Cohen Corasanti, ‘Come il vento tra i mandorli’, Feltrinelli, 2014

Soli e perduti

“Non sai mai quanto a fondo una persona ti si è conficcata nel cuore finché non cerchi di strapparla via”

Sono pochi gli autori in grado di parlare dell’amore – e di raccontarlo – con irresistibile ironia, senza però violarne la tenerezza. In “Soli e perduti'” Eshkol Nevo questo lo fa magistralmente, regalandoci una storia esilarante ma dal notevole spessore morale.
Tutto parte dal desiderio dell’anziano Geremia Mendelshtorm di donare una grande somma di denaro per la costruzione di un mikveh nella Città dei Giusti per onorare il ricordo della defunta moglie. Ma proprio quel mikveh sarà la causa di un divertente equivoco: il suo utilizzo, infatti, avrà poco a che fare con la voglia di purificarsi.
Da qui partono mille storie, mille voci, mille volti tutti accomunati da una inguaribile solitudine interiore.
Ben Zuk, Danino, Anton, Ayelet, Katia, Daniele e Naim sono come degli assoli perduti, uccelli migratori che appaiono inaspettatamente lontani dalla loro abituale rotta.

Soli e perduti
Soli e perduti

Qual è il loro posto nel mondo?
Verso dove sono dirette le loro esistenze?
Da chi o da cosa dipende la loro inquietudine, il loro tormento?
Il romanzo non dà le risposte ma offre la via per trovarle: “il miracolo più grande non è l’acqua scaturita da una roccia, né la manna dal cielo o l’apertura del Mar Rosso. Il miracolo più grande succede quando due persone s’incontrano nel momento giusto e diventano un posto, l’uno per l’altra”.
Il vero miracolo, come sempre, è l’amore.

Eshkol Nevo, ‘Soli e perduti’, Beat, 2017.

Quando tutto questo sarà finito

“Io provo nei confronti della Svizzera un sentimento di gratitudine infinita per avermi accolto nei suoi ospedali per farmi curare e nelle sue scuole per farmi studiare, per avermi fatto sentire una persona e non un mezzo cittadino, o peggio, uno schiavo. Certo, non mancarono ristrettezze e limitazioni, ma si trattò di inezie di fronte alla nobiltà che spinse un popolo ad aprire le porte ad una massa di stranieri con poco o nulla da offrire salvo la buona volontà”

Vittorio è solo un bambino quando, nel 1938, il destino della sua famiglia (mamma Giulietta, papà Maurizio e il fratellino Stefano) viene duramente segnato dall’entrata in vigore delle leggi razziali. La storia della famiglia Ottolenghi, però, non è come le altre arrivate a noi grazie alla copiosa letteratura sull’Olocausto e alle testimonianze dirette dei sopravvissuti. A guidare le sorti dei quattro personaggi, infatti, non sarà il male assoluto ma il bene gratuito ricevuto da perfetti sconosciuti. Il tenente Emilio, ad esempio, giovane in divisa che rischierà la pelle pur di aiutarli in piena notte a superare il confine fino in Svizzera, dove arriveranno come perseguitati razziali. O la signora Linde, cartolaia di Olten, che non ci penserà su neanche un attimo a prendersi cura di Vittorio, aprendogli le porte della sua casa.
Ecco, è questo il cuore della storia raccontata da Gioele Dix, volto noto del teatro e della TV italiana e nipote di Vittorio, padre di suo padre: quell’ “intima bontà dell’uomo” di cui parlava Anne Frank nel suo diario e nella quale ha sempre creduto, fino alla fine, nonostante tutto.

Quando tutto questo sarà finito
Quando tutto questo sarà finito

Una storia che è una boccata di ottimismo, gratitudine, solidarietà, che non ha in realtà un vero e proprio lieto fine ma che lascia nel lettore un forte senso di speranza, in un oggi in cui credere nella bontà dell’essere umano non è facile.
Eppure basterebbe veramente poco.
Il bene, così come il suo opposto, non nascono dal nulla. Una nostra scelta può cambiare, salvare o annientare la vita di altri.
Dipende solo da noi e dalla direzione che decidiamo di dare alle nostre azioni, dal senso che attribuiamo alla nostra vita.

Gioele Dix, ‘Quando tutto questo sarà finito’, Mondadori, 2018

Perduti nei quartieri spagnoli

“In questi anni senza di te ho imparato una cosa importante, cioè che si può vivere anche in assenza di risposte concrete”

Heddi, ventenne di Washington, vive a Napoli da qualche anno per studiare lingue all’Orientale.
Pietro è della provincia di Avellino e studia geologia a Napoli.
Heddi e Pietro frequentano la stessa cerchia di amici ma tra loro nasce ben presto qualcosa che va oltre la semplice amicizia. S’innamorano, di un un amore forte, spensierato, potente, passionale, senza freni e pieno di sogni come sa essere l’amore a vent’anni. Abitano nei quartieri spagnoli, zona molto animata di Napoli dove, tra una birra, un esame superato e tante Marlboro, la loro storia va avanti con naturalezza. Fino al giorno in cui Pietro presenta a Heddi la sua famiglia, molto ma molto d’altri tempi. Heddi non piace a Lidia (la madre del ragazzo) e Lidia non piace a Heddi. Cosa farà pietro, sballottolato tra i due fuochi?

perduti nei quartieri spagnoli
perduti nei quartieri spagnoli

Un romanzo che è molto Beautiful, non perché particolarmente bello ma proprio perché sembra di leggere la trama di una telenovela americana. L’unica nota positiva, la capacità narrativa della Goodrich, considerando sia di madrelingua inglese (il libro non è stato tradotto in italiano, è proprio la lingua che ha utilizzato per scrivere): assolutamente perfetta, ineccepibile.
Tutto il resto, però, ammé me pare ‘na strunzat’.

Heddi Goodrich, ‘Perduti nei quartieri spagnoli’, Scrittori Giunti, 2019

Rosso Parigi

“Come può una persona cambiarci gli occhi? Cambiare il nostro modo di vedere?”

L’incontro realmente avvenuto fra la rossa diciassettenne Victorine Meureunt e il giovane Edouard Manet è il cuore di questo romanzo ambientato nella Parigi di fine ottocento. Tutto avviene rapidamente. Lei, intenta a dipingere un gatto davanti ad una vetrina con l’amica Denise, lui che passa di là per caso e ne rimane irresistibilmente attratto (da entrambe, la rossa e la bruna, mica solo da una). All’inizio sembra un gioco a tre, poi Victorine non ci sta e va a vivere con lui, diventando così la sua musa, il volto che oggi possiamo ammirare in quadri tipo Olympia (in copertina) e Colazione sull’erba.

rosso parigi
rosso parigi

Ma se tra i due c’è amore, beh, né si vede né si sente, almeno qui nel romanzo. Perché quello che poteva essere un interessante approfondimento sulla vita di questi due personaggi è diventato con la penna della Gibbon un ridicolo romanzo erotico. Non c’è arte, non c’è Parigi con i suoi stimoli, non c’è nulla, solo quattro dialoghi qua e là giusto per tenere il filo. E poi sesso, tanto noioso sesso. Nessun tratteggio, nessuna ombra, nessun colore. Solo scene da 50 sbavate sfumature.

Maureen Gibbon, ‘Rosso Parigi’, Einaudi, 2016

In tutto c’è stata bellezza

“La speranza di rivedervi, papà, mamma. Io sono soltanto questo: speranza di rivedervi”

Parlare di se stessi e della propria famiglia d’origine senza peli sulla lingua e farlo liberando il ricordo e le parole dai lacci del pudore e del buon senso, raccontandone le cose che sono state per come realmente sono state, le cose dette e quelle volutamente taciute, i fatti che lasciano un forte senso di vergogna e quelli dalla tenera nostalgia. E’ questo che fa Manuel Vilas, poeta e narratore di Barbastro, in un libro autobiografico di 175 capitoli dal forte accento nichilista.

In tutto c'è stata bellezza
In tutto c’è stata bellezza

Il leitmotiv che lega tutta la storia è uno solo: la morte dei genitori, avvenuta quando Vilas era già adulto e vaccinato. Ma se è vero che la scomparsa del padre e della madre è un evento doloroso a qualsiasi età, è pure vero che per Manuel ormai cinquantenne questo evento è diventato un’ossessione quasi esagerata. Nella sua narrazione non c’è spazio per sentimenti positivi, o meglio, ci sono ma sono legati soltanto alla sua vita passata, quando i suoi erano ancora in vita. Il padre e la madre diventano, dunque, due fantasmi che svolazzano pesantemente qua e là per tutto il libro, i protagonisti di una vita – quella del figlio – che non ne accetta il suo naturale tramonto. Lui l’eroe, lei l’unica donna della sua vita (arrivando persino a confessare che le altre donne, ex moglie compresa, erano solamente una sua copia), sono in realtà il più grande nodo irrisolto di Vilas. E fa tenerezza, quasi pena, questa sua incapacità di far pace con la morte. Bambino abusato per ben due volte, non confesserà mai ai genitori la violenza subita e credo sia lì l’origine e la causa del suo tormento. Il bimbo violato non cresce più, la sua vita si ferma di colpo nell’attimo di quella mostruosa carezza, e Manuel è ancora fermo a quel tempo. Per questo non può sopravvivere serenamente ai suoi genitori: ha ancora bisogno di essere cullato, curato, di sentirsi al sicuro. Di perdonare una colpa non sua.
‘In tutto c’è stata bellezza’ è un libro che va letto con un certo distacco mentale. Consigliato a chi ama la prosa un po’ poetica, assolutamente sconsigliato a chi si lascia prendere troppo dai drammi, propria e degli altri.
Per quanto mi sia sforzata di cercarla capitolo dopo capitolo, l’unica bellezza che sono riuscita a cogliere è soltanto quella del titolo.

Manuel Vilas, ‘In tutto c’è stata bellezza’, Guanda, 2019

Trottolino amoroso dudù e vaffa là

Sono tante le cose che so sull’amore ma poche sono quelle che ho realmente imparato e ancor meno quelle che negli anni sono riuscita a mettere in pratica. E se le prime le ho pescate da romanzi, film, poesie e centinaia di Baci perugina ingurgitati solo per leggere il fogliettino e le altre dalle batoste della vita, le ultime sono quelle che ancora oggi mi costano maggior fatica.
Dai, su, siamo onesti. L’amore non è affatto una cosa semplice, e pazienza se Tiziano Ferro canta queste parole al contrario, beccandosi tripudi di applausi. Io ne sono assolutamente convinta: è il sentimento più contorto, subdolo, illusorio, dispettoso, cattivo, ammaliante, allucinogeno, deprimente ed eccitante al tempo stesso, bipolare, snervante e paraculo in assoluto. Ci prende, ci elettrizza, ci affascina e rincoglionisce al punto da perdere la testa e poi ci spreme e risucchia tutte le nostre forze, trasformandosi in qualcosa di diverso e abbandonandoci così, storditi.
“Perché non è più tutto come prima?”, è la madre di tutte le domande di chi vive una relazione da anni.
Sì, perché tutti e tutte, prima o poi, avremo a che fare con la grande metamorfosi, quella che ci trasforma da trottolini amorosi dudu da da da a perfetti sconosciuti.
Lo pensavi da tempo e oggi quasi quasi lo fai, ti metti in tiro e gli prepari una bella cenetta, luci soffuse, candele profumate, musica di sottofondo, e lui arriva, ciao amore con ciglia cariche di mascara e vestitino che per miracolo trattiene l’intrattenibile, ciao con occhi che manco ti guardano, com’è la cena, buona, passami l’acqua, c’è anche il dolce, bene ma lo mangio sul divano che c’è la partita, e si allontana, birra e torta in mano, e tu resti in cucina a spazzare via le briciole di quell’anonimo incontro e ad ascoltare l’unica musica che adesso rimbomba: i suoi rutti che arrivano dal soggiorno.
E poi ci sei tu che sei giù da più di mezz’ora, cioè da quel suo ultimo messaggio “arrivo”, che poi ma che starà facendo ancora, pazienza, non importa perché hai in tasca una copia delle chiavi del tuo appartamento proprio per lei, perché è arrivato il momento di condividere tutto insieme, basta con queste due esistenze separate, non vedo l’ora di vedere che faccia farà, ah eccola che arriva, non è neanche truccata quindi perché ha perso tutto quel tempo, ciao tesoro, sei bellissima anche senza trucco, se dici così significa che si nota quindi non è vero che pensi che io sia bellissima, ma che hai, niente, e tu sai che in quel ‘niente’ c’è l’inferno e senti già partire la giostra dei tuoi zebedei, che dici ti va un bel film, no, allora fate una passeggiata ma lei dice che forse era meglio il film e nel frattempo gli zebedei girano, girano, girano in una danza senza fine, si può sapere che hai, perché venti giorni fa hai detto quella cosa, ma cosa, quella, non ricordo, e certo sei sempre il solito, su, dai, non ci pensare più per me è acqua passata e tiri fuori dalla tasca le famose chiavi, queste sono per te tesoro, che significa, vieni a vivere da me, prima me la devo fare passare e poi ci devo pensare casa tua è piccola e io ho un sacco di cose dove li metto i miei vestiti e i miei libri e i miei trucchi e le mie cose, e lì gli zebedei smettono di colpo di volteggiare perché si sono frantumati sull’asfalto perché sai che lo sta facendo apposta, per ripicca, per andare contro ad una cosa che hai detto giorni fa e che neanche ricordavi più.
Ecco. È proprio nell’attimo in cui senti lui ruttare e lei lamentarsi senza motivo che arriva l’amore. Non è né prima né dopo, ma adesso. Perché è adesso che devi grattare con le unghie delle mani e dei piedi per poterlo ritrovare e farlo rinascere, ancora una volta. Ha bisogno di essere cercato, l’amore, soprattutto dopo tanti anni insieme a condividere una vita che spesso è anche fatica. Vuole essere trovato e poi preso con delicatezza, curato, amato. Quindi vai con lui sul divano, la partita guardatela pure tu che poi magari tra un calcio d’angolo e un rigore c’è anche il tempo per qualche bacio. E tu non ti incazzare, raccogli da terra i tuoi zebedei e abbracciala, che lei per ora è questo quello che vuole. Metti per un secondo da parte l’orgoglio ferito e fagli spazio, falle spazio. Non sono briciole. Non è accontentarsi. È semplicemente rinnovare quel sentimento che ancora vi lega, anche quando si nasconde così bene da non farsi vedere più.
Difficile, me ne rendo conto. Ma non impossibile. Basta imparare a farlo, provandoci. Basta non dirci in faccia quello che di brutto ci sta per uscire dalla bocca ogni volta che sentiamo di scoppiare di rabbia. Ma non oggi, che è San Valentino. Troppo facile. Da domani è meglio, quando si appendono al chiodo cuori e pupazzini e iniziano a volare i vaffa. Ma se proprio non ce la facciamo e vogliamo per forza onorare la festa più demenziale dell’anno, va bene anche oggi.
Solo un appunto: i ti amo e i non ti lascerò mai, non scriviamoceli su una fredda e sterile bacheca di facebook.
Le cose, quelle belle, diciamocele in faccia