Ieri mattina mi sono svegliata un tantino più tardi del solito, colpa della peperonata mangiata la sera precedente che ha reso il mio inconscio – già di per sé piuttosto strano – più incomprensibile del solito nella sua manifestazione onirica (un leone cerca di acchiapparmi per soddisfare i suoi istinti famelici, io mi nascondo in una stanza e chiudo la porta. Wow, ce l’ho fatta, penso. Ma quello là è più furbo di me e lo sento arrivare. Lo guardo dallo spioncino e con tutte le forze che ho cerco di trattenere la porta ben chiusa, ma lui ha la meglio, entra e si ferma. Perfetto, sono morta – mi dico. Ma il leone non mi sbrana: si toglie la testa come fosse un costume di carnevale e rimane per metà leone e per metà uomo, ma non riesco a guardarlo bene in faccia. Fine dell’incubo. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarmi come mai i sogni non hanno mai un epilogo). Comunque, dicevo, mi sono svegliata tardi, quindi in fretta e furia mi preparo e scappo verso la fermata dell’autobus (che poi in realtà potevo anche fare tutto molto lentamente dal momento che qui a Palermo gli autobus arrivano sempre con circa due-tre giorni di ritardo). Nell’attesa della sua venuta mi siedo sullo sgabellino di legno e inizio a leggere. La cosa però mi riesce difficile perché improvvisamente vengo travolta da uno sciame di ragazzini e bambini, tutti rigorosamente in jeans e sicuramente puzzolenti scarpe da ginnastica.

Ah, già, è vero. È iniziata la scuola.

Ce n’è di tutti i tipi, visto che abito in un quartiere pieno zeppo di edifici scolastici (due materne, due primarie, due medie e diversi licei): c’è il bambino piagnucoloso con il moccolo che non vuole staccarsi dalla mamma (e lasciale la mano, porca miseria, se vorrai trovare una donna in futuro) e la bambina che appena rivede l’amichetta di banco inizia a urlare per la felicità. C’è il pischello con quattro peli in faccia e la sigaretta in mano che fa lo scemo con quella che ha scoperto da poco il magico potere del push up di far sembrare vero ciò che neanche esiste ma che non riesce ad articolare una frase di senso compiuto in italiano e il gruppetto palesemente nerd.

Mi fermo ad osservarli e la prima cosa che salta subito all’occhio è la sindrome dell’omologazione che colpisce gli adolescenti. Tutti uguali. Stesso taglio di capelli, stessi vestiti, stessa camminata, stesso zaino, stesso modo di parlare. Vittime di una moda che ci vuole uguali per essere accettati e che di conseguenza non prevede diversità alcuna, a scapito dell’unicità e dell’originalità (e aggiungerei anche del buon senso). Contenti loro…

Ma i miei pensieri vengono improvvisamente interrotti da due tipe che si avvicinano striscianti alla fermata dell’autobus dove mi trovo. Sedici anni circa, facce pallide e rassegnate.

Che palle. Stamattina alle sette mi sono alzata, ci credi?”

Lo so, anch’io. Un botto! Che palle, fino a ieri non mi alzavo prima delle undici e ora mi sento tutta rincoglionita”

Che palle! Non vedo l’ora che finisce ‘sta c**** di scuola”

Io invece non vedo l’ora di avere trent’anni così potrò fare tutto quello che voglio, che palle”

Ma vero! Che palle, da oggi si ricomincia con i compiti, le interrogazioni…”

Miii, non me ne parlare, troppe palle ho! Ma secondo te Maurizio della IV B è ancora zito con quella là?”

Non lo so. A luglio l’ho visto in spiaggia con un’altra…”

Ora, a parte lo sconsiderato numero di ‘che palle’ pronunciato dalle due ragazze e il mancato aggiornamento sulla situazione sentimentale di Maurizio, la cosa che più mi colpì è che anch’io alla loro età pensavo e dicevo le stesse cose. Anch’io ho desiderato che gli anni volassero via veloci e che il tempo della scuola e poi dell’università finisse presto (pur amando lo studio sopra ogni cosa) per arrivare a quello che per l’immaginario di ogni adolescente di tutte le epoche è il tempo della pienezza di non si sa ancora cosa, perché in quegli anni le idee non sempre sono così chiare.

Eppure è allora che ci giochiamo tutto, dal momento che quello che scegliamo di essere a quindici anni sarà più o meno ciò che saremo a trenta.

È in quegli anni che si prendono le scelte più rischiose che potranno essere per noi pane da assaporare o sassi da tirarci contro (o contro cui sbattere la testa in preda ai ‘se fossi stato un po’ più maturo…’) ed è tutto nelle nostre mani perché non esiste il destino in queste cose.

Siamo ciò che scegliamo noi stessi di essere, niente di più.

Al suono delle campanelle scomparvero tutti, come se gli edifici li avessero inghiottiti.

E in quel momento rividi me stessa, il primo giorno d’asilo attaccata alle sbarre della finestra in attesa del ritorno di mia madre (ho frequentato solo per tre mesi, in brevissimo tempo avevo intuito che la vita là dentro non facesse per me), il primo giorno alle elementari quando mio padre mi chiese “con chi vuoi sederti?” e io scelsi una bambina che a sua volta ne aveva scelta un’altra ed erano già sedute comodamente a chiacchierare. “Voglio lei” dissi a mio padre e costrinsi la poverina ad alzarsi dal suo banco per sedersi accanto a me, iniziando così un’amicizia che durò per anni. Poi alle medie, sempre con lei come compagna di banco, accompagnata in classe dai miei zii che sbucavano timidamente dalla porta della classe per controllare che tutto andasse bene, al liceo rigorosamente senza genitori o parenti accompagnatori ‘perché altrimenti mi sfottono’, all’università il primo giorno di lezione in auto con le mie coinquiline, e mi accorgo che il tempo che tanto desideravo passasse veloce alla fine ha proprio esaudito il mio desiderio perché è fuggito via senza che me ne accorgessi, lasciandomi ricordi piacevoli e altri meno piacevoli ma che comunque vorrei tanto poter rivivere, perchè no, anche per riuscire a cambiare o aggiustare le cose con l’aiuto del famoso senno di poi.

Per tutto il giorno quei ricordi e le emozioni ad essi legati mi accompagnarono facendomi ora sorridere, ora sentire forte la nostalgia di ombre che furono e che ora non sono più.

Non ho cacciato via questa sensazione, se pur mesta, ma l’ho accolta per quello che è, una parte di me, la radice di quello che sono oggi, in un tempo che cambia, che passa continuamente e mai aspetta.

Ripenso a quelle ragazze e alla loro voglia di accelerare gli attimi, poi guardo la pila di panni da stirare e mi accascio sul divano, ricadendo nel solito, vecchio vizio.

Che palle, non vedo l’ora che…”

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