Date Archives maggio 2019

L’Amurusanza

“Ma quanti piccioli procura la munnizza, signor sindaco?”

Una discarica. É in un ammasso di rifiuti che il sindaco di un piccolo paese siciliano – l’avvocato Pallante, corrotto fino al midollo, riverito dalla combriccola lecca culo come Sua Eccellenza e meglio conosciuto dai paesani come Occhi janchi – vuole trasformare la Saracina, un pezzo di terra fertile e rigoglioso, proprietà di Costanzo, il tabacchiere.
Ma Costanzo non ci sta, è un osso duro. E quando muore improvvisamente lasciando la tabaccheria e la Saracina in mano alla bella moglie Agata, le cose per il sindaco si complicano. Perché lei, Agata, è una fimmina tutta d’un pezzo: capisce che l’odio e la prepotenza che la vogliono fare fuori non si combattono con altra violenza ma a colpi di amurusanza.
C’è tutta la Sicilia in questo splendido romanzo di Tea Ranno, dalla trama ben articolata e spassosa, a tratti poetica.
C’è il suo sole, il vento, il caldo, il suo dialetto, il mare, il fango della corruzione e la prepotenza della mafia. Ma anche tanto, tanto ottimismo e il suo lieto fine vorrei vederlo concretizzarsi nella realtà della mia isola, ancora troppo fradicia di sudiciume. 

L'Amurusanza
L’Amurusanza


“Ci vuole un cambiamento delle coscienze”, scrive la Ranno. Ma di quali coscienze parliamo se le nuove generazioni, le più predisposte e pure, lei, la Sicilia, terra bella e puttana, se le sta facendo scappare anno dopo anno? Chi può cambiare le cose? Quelli che come me hanno scelto di restare?
Forse sì, iniziando con l’imparare a dire no.
Perché se continuiamo a tenere bassa la testa, altro non faremo che specchiarci nella merda che riempie strade e marciapiedi e poi, a furia di specchiarci, finiremo per assomigliarci, a tutta quella merda.
Tanti no possono fare saltare i vecchi equilibri.
Utopia? Chissà.
Noi, intanto, ci proviamo.
D’altronde, “a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”.
Un romanzo che ti entra dentro e non esce più, di quelli che, una volta finiti, lasciano un po’ orfani ma pieni di nuova bellezza.

Tea Ranno, ‘L’ Amurusanza’, Mondadori, 2019

Cammino Solco Forgia

“Non ti racconterò nulla di nuovo: intendo ridestare i tuoi ricordi”.

La trilogia di Escrivá vive sul mio comodino dal 2006, anno in cui la comprai dopo aver letto ‘Cammino’. Mi ha accompagnata nei vari traslochi e spostamenti, ha conosciuto tutte le mie case, da quella in affitto dei tempi dell’università a quella attuale, mi ha seguita nei viaggi in valigia e nelle passeggiate in borsa, non mi ha mai mollata un attimo.
Non abbiamo avuto sempre un bel rapporto, però. Ci sono stati giorni in cui, leggendola, mi sono sentita amata, in altri abbandonata, incompresa, in altri ancora confortata oppure schiaffeggiata. Perché la Parola si incontra e scontra sempre con il nostro essere uomo e donna, non sempre siamo pronti ad accoglierla.
É un libro non libro, questa trilogia: lo è perché parla dell’umanità, ne scava la natura, ne scortica la corazza fino a spogliarla di tutto e renderla visibile per quello che è, in tutta la sua fragilità. Parla di me, di te, di noi, di tutti. Allo stesso modo, non è un libro vero e proprio perché la si può leggere come pare, saltando alcuni punti, partendo dalla fine o dalla metà, aprendola a caso (come spesso faccio io) per vedere oggi cos’ha da dirmi e quindi cosa ho io da dare. 

Cammino Solco Forgia
Cammino Solco Forgia

Lo ammetto. Io per questo prete spagnolo con la tonaca nera ho perso la testa. Sarà perché parlava come piace a me, senza fronzoli, andando dritto al succo, sbattendoti in faccia la realtà della vita, mostrandoti l’unica Via per viverla al meglio. Che poi non è altro che essere te stesso e fare bene ciò per cui sei stato chiamato, lì dove sei e con chi sei.
Il mio punto preferito?
Cammino, 5: “Abituati a dire di no”.
No. Una parola che spesso può cambiarti la vita e salvarti l’anima.

E dal cielo caddero tre mele

“A Maran nessuno osava cullare la speranza di vedere giorni migliori. Il paese si limitava a vivere mestamente, come una condanna, il tempo che gli restava”

A Maran, piccolo paese dell’Armenia, vive un minuscolo villaggio di pastori e contadini, gente semplice, analfabeta, ma dall’animo pieno di saggezza e la mente allenata da tanta esperienza. É arroccato su una montagna, Maran, e la natura negli anni non gli ha risparmiato proprio nulla: prima un devastante terremoto, poi una terribile carestia. Non ha più futuro, questo piccolo paese. I sopravvissuti, infatti, non arrivano alla sessantina e sono tutti ormai avanti negli anni. E sono proprio le loro storie a riempire le pagine di uno dei romanzi più belli mai letti fino a oggi, a plasmare una realtà fatta di piatti tradizionali, superstizioni, di ricette segrete tramandate da donna a donna con fedeltà religiosa, con pochi – quasi nulli – contatti con il mondo che sta al di là della grande montagna.
Ci sono anche le disgrazie, gli unici bambini che muoiono per una febbre e i giovani che perdono la vita in guerra, la siccità, la violenza domestica.
Maran, però, non si lascia soffocare dal destino, non si abbatte, non si lamenta, sopporta e non impreca contro un Dio che pare averla dimenticata. Ma così non è. Presto, infatti, verrà premiata.
E proprio dove era impossibile che qualcosa di buono germogliasse, ecco sbocciare la vita, inaspettata.

E dal cielo caddero tre mele
E dal cielo caddero tre mele

Narine Abgarjan scrive divinamente. La sua penna è magica, poetica, profonda, delicata e ci consegna una storia che arriva dritta al cuore, con personaggi che sono il riflesso di tante anime. Tutti possiamo vedere noi stessi nelle loro vicende, nella vita di ciascuno di loro. Una vita semplice, combattuta, piena, vera.
Dove la speranza non muore mai.
“Ascolta quello che ho da dirti, Vaso: un barlume di felicità non cresce senza che Dio ci metta lo zampino. Se hai avuto in dono la felicità, accoglila e sappi essergliene grato. Non offendere il cielo con il tuo scetticismo e mostrati degno del dono che hai ricevuto”.

Narine Abgarjan, ‘E dal cielo caddero tre mele’, Francesco Brioschi Editore, 2018