Date Archives aprile 2019

Come il vento tra i mandorli

“Mio offrí ancora la ciambella dicendo: ‘Non si può vivere di rabbia, figlio mio’. Aprii le labbra e gli permise di imboccato. Era buonissima. Poi, all’improvviso, fui sopraffatto dal senso di colpa per il gusto dolce che avevo sulla lingua”

Per Ichmad l’odio ha il sapore di una ciambella appena sfornata. Non è una ciambella come tante: è stata impastata e cotta da una donna ebrea. Una nemica. Lui, palestinese di poco più di dieci anni, cova dentro di sé un odio tramandato da generazione in generazione. “Non si può vivere di rabbia, figlio mio”, gli dice il padre offrendogli, con quella ciambella, l’idea di un’altra via possibile all’astio e alla rivendicazione. Ichmad farà tesoro di quelle parole e crescerà con un solo obiettivo nel cuore, riuscire ad andare oltre l’odio, nonostante tutto. Nonostante le due sorelline ammazzate dall’esercito nemico. Nonostante il padre in prigione da innocente. Nonostante la casa fatta saltare in aria dagli israeliti.
E andrà avanti, fino a realizzare il sogno di insegnare matematica a New York, fino a trovare l’amore e l’amicizia più grande proprio dove non pensava mai di poterlo – o meglio, doverlo – trovare. 

Come il vento tra i mandorli
Come il vento tra i mandorli


Forse la storia di Ichmad non è poi così speciale. Sono tanti i romanzi che parlano di odio schiacciato dall’amore e di amore avvelenato dall’odio. Qui, però, c’è qualcosa in più che non va sottovalutato: l’autrice è ebrea.
Forse per l’umanità c’è ancora speranza…

Michelle Cohen Corasanti, ‘Come il vento tra i mandorli’, Feltrinelli, 2014

Soli e perduti

“Non sai mai quanto a fondo una persona ti si è conficcata nel cuore finché non cerchi di strapparla via”

Sono pochi gli autori in grado di parlare dell’amore – e di raccontarlo – con irresistibile ironia, senza però violarne la tenerezza. In “Soli e perduti'” Eshkol Nevo questo lo fa magistralmente, regalandoci una storia esilarante ma dal notevole spessore morale.
Tutto parte dal desiderio dell’anziano Geremia Mendelshtorm di donare una grande somma di denaro per la costruzione di un mikveh nella Città dei Giusti per onorare il ricordo della defunta moglie. Ma proprio quel mikveh sarà la causa di un divertente equivoco: il suo utilizzo, infatti, avrà poco a che fare con la voglia di purificarsi.
Da qui partono mille storie, mille voci, mille volti tutti accomunati da una inguaribile solitudine interiore.
Ben Zuk, Danino, Anton, Ayelet, Katia, Daniele e Naim sono come degli assoli perduti, uccelli migratori che appaiono inaspettatamente lontani dalla loro abituale rotta.

Soli e perduti
Soli e perduti

Qual è il loro posto nel mondo?
Verso dove sono dirette le loro esistenze?
Da chi o da cosa dipende la loro inquietudine, il loro tormento?
Il romanzo non dà le risposte ma offre la via per trovarle: “il miracolo più grande non è l’acqua scaturita da una roccia, né la manna dal cielo o l’apertura del Mar Rosso. Il miracolo più grande succede quando due persone s’incontrano nel momento giusto e diventano un posto, l’uno per l’altra”.
Il vero miracolo, come sempre, è l’amore.

Eshkol Nevo, ‘Soli e perduti’, Beat, 2017.