Date Archives febbraio 2019

Rosso Parigi

“Come può una persona cambiarci gli occhi? Cambiare il nostro modo di vedere?”

L’incontro realmente avvenuto fra la rossa diciassettenne Victorine Meureunt e il giovane Edouard Manet è il cuore di questo romanzo ambientato nella Parigi di fine ottocento. Tutto avviene rapidamente. Lei, intenta a dipingere un gatto davanti ad una vetrina con l’amica Denise, lui che passa di là per caso e ne rimane irresistibilmente attratto (da entrambe, la rossa e la bruna, mica solo da una). All’inizio sembra un gioco a tre, poi Victorine non ci sta e va a vivere con lui, diventando così la sua musa, il volto che oggi possiamo ammirare in quadri tipo Olympia (in copertina) e Colazione sull’erba.

rosso parigi
rosso parigi

Ma se tra i due c’è amore, beh, né si vede né si sente, almeno qui nel romanzo. Perché quello che poteva essere un interessante approfondimento sulla vita di questi due personaggi è diventato con la penna della Gibbon un ridicolo romanzo erotico. Non c’è arte, non c’è Parigi con i suoi stimoli, non c’è nulla, solo quattro dialoghi qua e là giusto per tenere il filo. E poi sesso, tanto noioso sesso. Nessun tratteggio, nessuna ombra, nessun colore. Solo scene da 50 sbavate sfumature.

Maureen Gibbon, ‘Rosso Parigi’, Einaudi, 2016

In tutto c’è stata bellezza

“La speranza di rivedervi, papà, mamma. Io sono soltanto questo: speranza di rivedervi”

Parlare di se stessi e della propria famiglia d’origine senza peli sulla lingua e farlo liberando il ricordo e le parole dai lacci del pudore e del buon senso, raccontandone le cose che sono state per come realmente sono state, le cose dette e quelle volutamente taciute, i fatti che lasciano un forte senso di vergogna e quelli dalla tenera nostalgia. E’ questo che fa Manuel Vilas, poeta e narratore di Barbastro, in un libro autobiografico di 175 capitoli dal forte accento nichilista.

In tutto c'è stata bellezza
In tutto c’è stata bellezza

Il leitmotiv che lega tutta la storia è uno solo: la morte dei genitori, avvenuta quando Vilas era già adulto e vaccinato. Ma se è vero che la scomparsa del padre e della madre è un evento doloroso a qualsiasi età, è pure vero che per Manuel ormai cinquantenne questo evento è diventato un’ossessione quasi esagerata. Nella sua narrazione non c’è spazio per sentimenti positivi, o meglio, ci sono ma sono legati soltanto alla sua vita passata, quando i suoi erano ancora in vita. Il padre e la madre diventano, dunque, due fantasmi che svolazzano pesantemente qua e là per tutto il libro, i protagonisti di una vita – quella del figlio – che non ne accetta il suo naturale tramonto. Lui l’eroe, lei l’unica donna della sua vita (arrivando persino a confessare che le altre donne, ex moglie compresa, erano solamente una sua copia), sono in realtà il più grande nodo irrisolto di Vilas. E fa tenerezza, quasi pena, questa sua incapacità di far pace con la morte. Bambino abusato per ben due volte, non confesserà mai ai genitori la violenza subita e credo sia lì l’origine e la causa del suo tormento. Il bimbo violato non cresce più, la sua vita si ferma di colpo nell’attimo di quella mostruosa carezza, e Manuel è ancora fermo a quel tempo. Per questo non può sopravvivere serenamente ai suoi genitori: ha ancora bisogno di essere cullato, curato, di sentirsi al sicuro. Di perdonare una colpa non sua.
‘In tutto c’è stata bellezza’ è un libro che va letto con un certo distacco mentale. Consigliato a chi ama la prosa un po’ poetica, assolutamente sconsigliato a chi si lascia prendere troppo dai drammi, propria e degli altri.
Per quanto mi sia sforzata di cercarla capitolo dopo capitolo, l’unica bellezza che sono riuscita a cogliere è soltanto quella del titolo.

Manuel Vilas, ‘In tutto c’è stata bellezza’, Guanda, 2019

Trottolino amoroso dudù e vaffa là

Sono tante le cose che so sull’amore ma poche sono quelle che ho realmente imparato e ancor meno quelle che negli anni sono riuscita a mettere in pratica. E se le prime le ho pescate da romanzi, film, poesie e centinaia di Baci perugina ingurgitati solo per leggere il fogliettino e le altre dalle batoste della vita, le ultime sono quelle che ancora oggi mi costano maggior fatica.
Dai, su, siamo onesti. L’amore non è affatto una cosa semplice, e pazienza se Tiziano Ferro canta queste parole al contrario, beccandosi tripudi di applausi. Io ne sono assolutamente convinta: è il sentimento più contorto, subdolo, illusorio, dispettoso, cattivo, ammaliante, allucinogeno, deprimente ed eccitante al tempo stesso, bipolare, snervante e paraculo in assoluto. Ci prende, ci elettrizza, ci affascina e rincoglionisce al punto da perdere la testa e poi ci spreme e risucchia tutte le nostre forze, trasformandosi in qualcosa di diverso e abbandonandoci così, storditi.
“Perché non è più tutto come prima?”, è la madre di tutte le domande di chi vive una relazione da anni.
Sì, perché tutti e tutte, prima o poi, avremo a che fare con la grande metamorfosi, quella che ci trasforma da trottolini amorosi dudu da da da a perfetti sconosciuti.
Lo pensavi da tempo e oggi quasi quasi lo fai, ti metti in tiro e gli prepari una bella cenetta, luci soffuse, candele profumate, musica di sottofondo, e lui arriva, ciao amore con ciglia cariche di mascara e vestitino che per miracolo trattiene l’intrattenibile, ciao con occhi che manco ti guardano, com’è la cena, buona, passami l’acqua, c’è anche il dolce, bene ma lo mangio sul divano che c’è la partita, e si allontana, birra e torta in mano, e tu resti in cucina a spazzare via le briciole di quell’anonimo incontro e ad ascoltare l’unica musica che adesso rimbomba: i suoi rutti che arrivano dal soggiorno.
E poi ci sei tu che sei giù da più di mezz’ora, cioè da quel suo ultimo messaggio “arrivo”, che poi ma che starà facendo ancora, pazienza, non importa perché hai in tasca una copia delle chiavi del tuo appartamento proprio per lei, perché è arrivato il momento di condividere tutto insieme, basta con queste due esistenze separate, non vedo l’ora di vedere che faccia farà, ah eccola che arriva, non è neanche truccata quindi perché ha perso tutto quel tempo, ciao tesoro, sei bellissima anche senza trucco, se dici così significa che si nota quindi non è vero che pensi che io sia bellissima, ma che hai, niente, e tu sai che in quel ‘niente’ c’è l’inferno e senti già partire la giostra dei tuoi zebedei, che dici ti va un bel film, no, allora fate una passeggiata ma lei dice che forse era meglio il film e nel frattempo gli zebedei girano, girano, girano in una danza senza fine, si può sapere che hai, perché venti giorni fa hai detto quella cosa, ma cosa, quella, non ricordo, e certo sei sempre il solito, su, dai, non ci pensare più per me è acqua passata e tiri fuori dalla tasca le famose chiavi, queste sono per te tesoro, che significa, vieni a vivere da me, prima me la devo fare passare e poi ci devo pensare casa tua è piccola e io ho un sacco di cose dove li metto i miei vestiti e i miei libri e i miei trucchi e le mie cose, e lì gli zebedei smettono di colpo di volteggiare perché si sono frantumati sull’asfalto perché sai che lo sta facendo apposta, per ripicca, per andare contro ad una cosa che hai detto giorni fa e che neanche ricordavi più.
Ecco. È proprio nell’attimo in cui senti lui ruttare e lei lamentarsi senza motivo che arriva l’amore. Non è né prima né dopo, ma adesso. Perché è adesso che devi grattare con le unghie delle mani e dei piedi per poterlo ritrovare e farlo rinascere, ancora una volta. Ha bisogno di essere cercato, l’amore, soprattutto dopo tanti anni insieme a condividere una vita che spesso è anche fatica. Vuole essere trovato e poi preso con delicatezza, curato, amato. Quindi vai con lui sul divano, la partita guardatela pure tu che poi magari tra un calcio d’angolo e un rigore c’è anche il tempo per qualche bacio. E tu non ti incazzare, raccogli da terra i tuoi zebedei e abbracciala, che lei per ora è questo quello che vuole. Metti per un secondo da parte l’orgoglio ferito e fagli spazio, falle spazio. Non sono briciole. Non è accontentarsi. È semplicemente rinnovare quel sentimento che ancora vi lega, anche quando si nasconde così bene da non farsi vedere più.
Difficile, me ne rendo conto. Ma non impossibile. Basta imparare a farlo, provandoci. Basta non dirci in faccia quello che di brutto ci sta per uscire dalla bocca ogni volta che sentiamo di scoppiare di rabbia. Ma non oggi, che è San Valentino. Troppo facile. Da domani è meglio, quando si appendono al chiodo cuori e pupazzini e iniziano a volare i vaffa. Ma se proprio non ce la facciamo e vogliamo per forza onorare la festa più demenziale dell’anno, va bene anche oggi.
Solo un appunto: i ti amo e i non ti lascerò mai, non scriviamoceli su una fredda e sterile bacheca di facebook.
Le cose, quelle belle, diciamocele in faccia

La mia Londra

“Per capire una cittá bisogna conoscerne l’anima”

É proprio dritti al cuore di Londra che si arriva leggendo questo libro, pagina dopo pagina. Un libro che – come ci tiene a sottolineare la stessa autrice – non é una guida turistica, né un saggio, né una biografia, ma semplicemente” una grande dichiarazione d’amore ad una grande città e ai suoi abitanti”. E questo amore Simonetta Agnello Hornby lo dimostra largamente in piú di quaranta brevi capitoli, dalla sua partenza nel 1969 fino a oggi, raccontando candidamente dei suoi primi passi da straniera, passando poi alla realizzazione del suo sogno – diventare un solicitor della City – dei rapporti con i vicini (sempre troppo silenziosi), delle passeggiate alla scoperta della bellezza inglese, tenendo sempre il lettore per mano. La sensazione che si ha é proprio quella di viaggiare insieme ad un’amica, di quelle che vivono all’estero da anni e che per questo non ti mostra solo quello che della città conosce il mondo intero, ma anche quello che esiste in silenzio: l’anima delle cose e delle persone.
Molto belli i capitoli dedicati alla cucina: una sorpresa per me sentir dire ad una siciliana doc come Simonetta che la cucina inglese puó anche essere deliziosa.
Un libro che consiglio a chi ama Londra, a chi già la conosce o a chi si prepara per incontrare una delle città europee (ancora per poco?) piú variegata nel suo essere in assoluto.
“Oggi che la Gran Bretagna non é più la super potenza di un tempo si nota più insicurezza e un atteggiamento ostile verso l’immigrato e il diverso. Un atteggiamento che detesto ma che non mi fa paura: finirà, perché la popolazione è sempre più mista. Si calcola che nel 2030 la metà dei cittadini dell’intero Regno Unito sarà di sangue misto, come i miei figli. Questa sarà la grande forza della Gran Bretagna, una forza che nasce da Londra”

Simonetta Agnello Hornby, ‘La mia Londra’, Giunti Editore, 2014