Date Archives novembre 2018

Come fermare il tempo

“Era quella la ben nota lezione del tempo. Tutto cambia e niente cambia”

Immaginate di avere 423 anni ma di dimostrarne non piú di quaranta, di avere a disposizione un incalcolabile lasso di tempo per vivere nei secoli ed assistere cosí agli eventi piú o meno grandiosi che hanno fatto la Storia, senza che mai uno dei vostri capelli si tinga di bianco, mai una ruga, mai un acciacco, mentre tutto intorno a voi segue il naturale ritmo della vita. Bello, vero?
Bene, ora immaginate però di veder invecchiare chi amate, amici, fratelli, colleghi, genitori, conoscenti, figli, vederli curvare, poi spegnersi e poi scomparire, rubati da quello stesso tempo che in voi non passa mai, senza che possiate far nulla per fermarlo. Decisamente meno bello.
Ecco, in sintesi questo è quello che accade a Tom, protagonista dell’ultimo romanzo di Matt Haig.
Tom soffre di una disfunzione congenita detta anageria (frutto della fantasia dell’autore. Grazie a Dio nessuno ne soffre, almeno qui sulla terra) che blocca l’invecchiamento. Chi ne è affetto, a partire dalla pubertá invecchia di un anno ogni quindici, con un’aspettativa di vita che può superare i 900 anni.
Tom ha dunque vissuto tanto, tante epoche, tante vite, fino a sentirsi come “una folla rinchiusa in un unico corpo“, sempre piú desideroso di una vita normale. Perchè c’è una cosa che deve assolutamente evitare: innamorarsi. È giá successo nel 1600 e ancora oggi, nel 2018, ne soffre le conseguenze. Deve dunque fuggire da ogni legame, specialmente amoroso. Ma si sa, la vita è imprevedibile e l’amore tornerá a bussare alla sua porta, ma…

romanzo

“Come fermare il tempo”è un romanzo ricco di fantasia, con un epilogo che ricorda un po’ le telenovelas ma che vale la pena leggere per i tanti spunti di riflessione che Haig offre sul tempo, una dimensione che andrebbe vissuta nel suo “ora” e non, come siamo soliti fare, con gli occhi al futuro e la mente ancorata al passato, anche perchè – per fortuna – si conosce solo il tempo in cui si vive.
E Tom, con i suoi quasi 500 anni di esperienza, ci mette in guardia proprio da questo malsano atteggiamento: presi dalla nostalgia di ciò che è stato e angosciati dall’ansia per ciò che sará, rischiamo di perdere di vista la dimensione piú viva, l’attimo.
Perchè è vero che ci vuole un solo attimo per morire ma in fondo anche per vivere.
Quindi proviamo a seguire Tom, chiudiamo gli occhi, liberiamoci dalle catene del tempo e chiediamoci: “chi sono io? Cosa farei se fossi capace di essere buono senza paura di restare fregato? Senza il tormento del dubbio? Di amare senza paura di essere ferito? Di assaporare l’oggi senza pensare che lo rimpiangerò domani? Di non temere il trascorrere del tempo e le persone che si porterá via? Cosa farei? Chi sarebbe importante per me? Quali sentieri percorrerei? Quali gioie mi concederei?
In altre parole, come vivrei?

Matt Haig, ‘Come fermare il tempo’, Edizioni e/o, 2017

Accabadora

“Quanti anni avesse Tzia Bonaria allora non era facile capire, ma erano anni fermi da anni, come fosse invecchiata d’un balzo per sua decisione e ora aspettasse pazientemente di essere raggiunta dal tempo in ritardo”

È intorno alla misteriosa figura di Bonaria che ruota la vicenda narrata da Michela Murgia in questo romanzo ambientato a Soreni, nella Sardegna degli anni ’50.
Nessuno sa molto di Bonaria, donna dall’etá infinita, silenziosa e sempre vestita a lutto, nessuno mai le si avvicina davvero. Eppure in paese tutti la temono, tutti la rispettano. Solo la piccola Maria, vendutale dalla madre e quindi diventata per Tzia Bonaria “fill’e anima”, riuscirá a far emergere poco a poco il suo lato umano. E sará proprio Maria a svelare al lettore il mistero che ammanta Bonaria: è l’ accabadora del paese, ovvero colei che “accompagna” alla morte il moribondo che espressamente a lei si rivolge.

romanzo accabadora

Con Accabadora la Murgia ci porta in un tempo (ahimè, non troppo) passato fatto di riti, tradizioni, fatture, superstizioni, pettegolezzi.
Nell’insieme un buon romanzo, se non fosse per la parte ambientata a Torino, sicuramente riempitiva e quindi poco affine alla storia.
Una lettura per riflettere sul valore della vita al suo tramonto, argomento oggi di vivo dibattito, non solo nelle aule parlamentari.
La figura dell’accabadora non è una leggenda, ai tempi la sua funzione era realmente praticata in Sardegna. Questo giusto per capire quanti passi in avanti faccia il tempo, per poi tornare sempre al punto di partenza.
Tutto passa, ma nulla in realtá cambia veramente.

Michela Murgia, ‘Accabadora’, Einaudi, 2009

Disobbedienza

“È terribile e doloroso amare qualcuno che sai che non ti può amare”

Faccio molta fatica a scrivere qualcosa su questo romanzo, forse il migliore letto fino a oggi e detto da una che ha iniziato piú di vent’anni fa con una media costante e compulsiva di quattro-cinque libri al mese, fa un po’ pensare…
Cosa mi ha colpito cosí tanto? È proprio questo il punto. Non lo so. Se analizziamo la trama, questa non ha nulla in sè di speciale. È la storia di Ronit, nata e cresciuta in una comunità di ebrei ultraortodossi di Londra, trasferitasi a New York proprio per fuggire alle leggi e dalle prescrizioni del suo mondo troppo osservante. E poi è anche la storia di Esti che con Ronit condivide un segreto incoffessabile in quella comunitá di religiosi. Sono come due specchi messi uno di fronte all’altro, Ronit ed Esti: uguali ma opposte. Una che scappa per non soffocare, l’altra che prima a quelle leggi si sottomette per poi disobbedirvi grazie all’unica forza in grado di smuovere tutto, l’amore, anche quando è considerato dagli altri scandaloso.

‘Disobbedienza’ è un romanzo crudo, schietto e violento, non per i contenuti ma per il senso profondo di inadeguatezza che caratterizza ciascun personaggio che lo vive. Tra questi, ho apprezzato molto come la Alderman ha creato Dovid, cugino di Ronit e marito di Esti. Studioso della Torah, è apparentemente un debole ma poi si dimostra l’unico capace di disobbedire veramente a tutti e agli infiniti precetti imposti, anche a quelli con la pretesa di controllare perfino l’amore.
Ecco, forse è proprio questo che mi ha affascinata. La capacitá della scrittrice nel dare sangue, carne e fiato alle sue creature, a renderle vere, e attraverso di esse far riflettere l’immagine viva del lettore che in essi rivede se stesso, le sue ipocrisie, la sua disobbedienza alla vita.

Naomi Alderman, ‘Disobbedienza’, Nottetempo, 2007

Si chiamava Anne Frank

“Lessi il diario fino alla fine. Molto era andato perduto, però ora la voce di Anne sarebbe rimasta. Ma ogni giorno della mia vita ho sempre desiderato che le cose fossero andate diversamente, che Anne e gli altri si fossero in qualche modo salvati anche se il diario poteva andare perduto. Non passa giorno che non mi affligga per il loro destino”

Anne Frank

La biografia di Miep Gies, l’olandese che insieme al marito e con la collaborazione di alcuni amici nascose la famiglia Frank e altre quattro persone in un piccolo appartamento segreto sopra gli uffici dell’azienda dove lavorava alle dipendenze del signor Frank, rischiando di essere accusata di tradimento e quindi giustiziata, fino al mattino del 4 agosto del 1944, giorno del tragico e noto epilogo.
Scritta in collaborazione con Alison Leslie Gold, la storia ripercorre l’intera esistenza di questa grande donna morta a piú di cento anni nel 2010, dalla sua adozione fino all’incontro con quella famiglia che le cambierà la vita. Ne racconta il coraggio, la forza e la costanza nell’andare contro corrente, ma anche i momenti di smarrimento e paura, non tanto per la propria sorte quanto per quella dei suoi amici ebrei che lei, con determinazione e senza mai un ripensamento, ha protetto.
Un libro che andrebbe diffuso e letto nelle scuole di tutto il mondo. Perchè se è vero che il male che è stato fatto non deve essere essere dimenticato, cosí anche il bene che silenziosamente e generosamente è stato offerto merita di essere ricordato.

Miep Gies, ‘Si chiamava Anne Frank, Utet, 2018

Ci vediamo a casa

“Io mica volevo sposarmi, io volevo fare il rimorchione in giro per il mondo. Volevo viaggiare, prendere treni e aerei, conoscere gente. E i figli? Mah, sí, forse uno, ma dopo essermi fatto un po’ gli affari miei, mica subito. Una sola donna? Ma siamo matti? E se poi ti stufi?E invece, che scoperta! Mai avrei creduto di poter vivere un’avventura cosí coinvolgente e complicata. Ma, soprattutto, mai avrei potuto immaginare di essere il custode di tanta bellezza immeritata”

Che dire? Letto in due, tre giorni e per me, adesso che ho da tenere d’occhio un pargoletto di un anno e mezzo in preda alla frenesia da camminata, corsa, caduta, attento allo spigolo, mamma bua, bacetto, bua passata, coccoline, tettina e apertura di cassetti e ante di armadi con conseguente fuoriuscita di tutto il contenuto, è un’impresa.

Gigi e Anna Chiara in questo libro non hanno filtri: sono solo se stessi. E di se stessi ne raccontano il cammino, dal fidanzamento fino alla scelta delle scelte, il matrimonio, arricchito dall’arrivo di quattro cicogne, in una casa che è sempre un grande caos, tra momenti felici e e tristi, arrabbiature e baci, tra “tutti quanti nel lettone” e il desiderio di starsene un po’ da soli a respirare il fresco e sempre rigenerante odore e sapore del silenzio.

Un libro che ribalta la visione di famiglia, vista oggi più che mai come un antico contratto che puzza di naftalina, e che schiaccia l’occhio al Mulino Bianco ma che ne prende decisamente le distanze. Perchè stare insieme non è mai perfetto, anzi, tutt’altro, ed è proprio nell’imperfezione di ogni giorno che ogni famiglia trova la forza di andare avanti e il coraggio di ridire quel sì  che l’ha fondata.

Una volta chiuso il libro libro viene una grandissima voglia di salire su un aereo e atterrare a Roma, solo per stringere la mano a questi due tipi e conoscere i figli,  Giovanni, Therese, Maddalena, Gabriele e…

E…

E… cosa?

Non erano “solo” quattro?

 

 

 

 

Gli anni della leggerezza

“Si aggrappò piuttosto alla piú conciliante idea che, se era discutibile che una persona potesse cambiare grazie all’amore, di sicuro nessuno cambiava senza di esso”

Il ritratto di una grande famiglia inglese degli anni trenta, con le sue passioni, le sue debolezze e i legami che la compongono e che uniscono ciascun personaggio, delicati e pronti a spezzarsi come fili tesi di una sottile ragnatela.
Forse un tantino prolisso, per certi versi un po’ noioso in alcuni passaggi.
Uno sguardo acuto sui retroscena di ciò che accade veramente in tutte le case dopo che le feste sono finite, i piatti svuotati e ognuno ha chiuso dientro di sè la porta della propria casa.
Del resto, tutte le famiglie felici si somigliano ma…

Elizabeth Jane Howard, La saga dei Cazalet volume I, ‘Gli anni della leggerezza’, Fazi Editore

Parlare a raffica

“Lasciate perdere i like e dormite senza preoccuparvi di contare le ore di sonno. Que sera, sera, miei cari: con o senza il controllo via gps, la vita scorre comunque. Alzate lo sguardo! Alzate lo sguardo! Ciò che vedrete potrebbe sorprendervi”

Frizzante e pieno di ironia, proprio come il personaggio che le ha dato maggior notorietà. Si fatica a capire se a parlare a raffica sia Lauren o Lorelai, tanto minina è la distanza fra persona e personaggio. Forse un po’ troppi i riferimenti ai programmi televisivi americani a noi italiani del tutto sconosciuti ma vale la pena leggerlo, soprattutto per tutte le curiosità sul backstage di Gilmore Girls rivelate con generositá.
Un must per chi, come me, ha trascorso l’adolescenza (e non solo) tra le vie di Stars Hollow a braccetto con i suoi strambi abitanti, chiacchierando di libri con Rory, cucinando con Sookie, prendendo in giro Michel, mangiando da Luke’s e a sbavare dietro a Dean.
E io, di tutto questo, continuo a sentirne tanto la mancanza.

Lauren Graham, Parlare a raffica, Sperling&Kupfer

I segreti di Londra

“Di Londra questo libro racconta alcune storie capaci di restituire a certe sue parti uno spessore e uno sfondo. Vi figurano luoghi ed eventi rivisti nella successione dei fatti e dei personaggi che li hanno animati. Tutti insieme vorrebbero servire come antidoto nei confronti della dannazione del viaggiatore moderno: lo scetticismo”

Tra i vicoli meno noti di una tra le piú affascinanti capitali d’Europa, Augias ci tiene per mano e ci accompagna alla scoperta di ciò che di Londra poco si conosce. Andando al di lá dei grandi monumenti e palazzi stra frequentati dai turisti, il lettore si immerge in un viaggio che è un po’ storia e un po’ leggenda, ricco di misteri ancora non risolti, incontrando cosí personaggi che hanno fatto della propria storia la Storia.
Ho apprezzato particolarmente i capitoli su Enrico VIII, Jack lo squartatore e Lady Diana.
Un libro dedicato agli amanti di Londra e dei gossip storici (ce ne sono parecchi).
Dissento solo su un punto, alla fine del libro: “Londra è la capitale di un popolo che resta, tutto sommato, tra i piú degni d’ammirazione per la difesa ostinata del diritto dei singoli a scelte insindacabili […]”.
Non mi sembra che le piú recenti notizie di cronaca lo dimostrino pienamente.

Corrado Augias, ‘I segreti di Londra’, 2003, Mondadori