Date Archives gennaio 2018

Caro 2018

“Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va”

Caro 2018,

sei arrivato da pochi giorni e già si parla tanto di te. Pensa, neanche il tempo dell’ultimo rintocco che è subito partita un po’ ovunque la lista delle nostre richieste, dall’ormai tradizionale pace nel mondo alla mai esaudita scomparsa della cellulite. E tu, così acerbo, ma con le spalle cariche del peso della Storia devi già far fronte alle lamentele di chi, non (o mai?) soddisfatto di ciò che è stato, vorrebbe adesso di più. Perché noi esseri umani siamo così, caro 2018. Fragili al punto da non riuscire a capire cosa vogliamo veramente né di cosa abbiamo realmente bisogno. E chiediamo, chiediamo, chiediamo. Per poi lamentarci, puntualmente.

Tantissimi sono gli anni che ti hanno preceduto, ciascuno con le sue glorie e le sue cadute. Prendi, ad esempio, il tuo fratello più vicino, il 2017. È iniziato seppellendo sotto la neve dei turisti in vacanza e si è chiuso con una legge che non mi è ancora chiaro se sia a tutela della vita o della morte. E poi, in mezzo a tutto questo, guerre tra fratelli in nome di un’assurda indipendenza, scherzetti tipo “chi lancerà il missile più grosso?”, gente che ha sfidato le onde e che poi si è vista disprezzare da muri di ostilità e giovani volati via senza speranza, quella che non fa rima con sogni ma con dignità. È vero, lo so, ha riservato anche cose belle. A me personalmente ha fatto il regalo più grande e per questo lo ricorderò sempre con immensa gratitudine, come uno dei miei anni più pieni.

Nelle infinite storie personali il 2017 ha dato e tolto tanto e tu questo lo sai bene, caro 2018, perché è il tuo lavoro, esisti per questo e questo è ciò che farai anche tu. E poi, alla fine dei giochi, tireremo anche di te le somme.

Se oggi ti scrivo, però, non è per avere in largo anticipo il trailer di quello che sarà, per quanto grande possa essere la curiosità. Non sono qui a chiederti che programmi hai, né cercare di capire se sarai in grado di colmare le buche lasciate vuote dai tuoi fratelli maggiori e neanche per consegnarti – come ho sempre fatto in passato –  la mia lista dei buoni propositi. Non ne ho mai azzeccata una quindi quest’anno – per te – ho deciso di farne a meno. Perché se c’è una cosa che mi ha insegnato la vita è che odia le aspettative. Sono tra loro incompatibili, non potranno mai andare d’accordo. Quindi basta, non mi aspetto nulla.

Ma una cosa voglio chiedertela. Non è proprio una richiesta, prendila più come un consiglio sul tuo operato, ecco. Vorrei che tu, alla fine del tuo mandato, fossi ricordato come l’anno del silenzio. 365 giorni di assoluto silenzio. Placa il rumore delle invidie, lo stridore delle usurpazioni, lo schiamazzo della competizione sleale, l’urlo della menzogna e della vendetta, il clamore della prevaricazione, il tonfo dell’esclusione. Mettici a tacere. Ne abbiamo proprio bisogno, caro 2018. Donaci quel silenzio interiore che ci renda capaci di metterci faccia a faccia con il nostro essere così piccoli, così finiti. Chissà, magari in questo modo riusciremo finalmente ad accogliere ogni cosa nella nostra vita con pienezza, anche quelle cose che non avevamo considerato o, ancora più difficile, quelle che non avremmo mai voluto considerare, e ad uscire fuori da noi stessi, liberi dalle catene dell’io. Tutto il resto so già che purtroppo si ripeterà come da copione, in un ciclo di Storia e di storie che sembrano sempre le stesse nonostante i secoli passati. Siamo uomini, 2018.

Adesso chiudo, ti ho rubato troppo tempo e  so che per te il tempo è  prezioso.

Ti ringrazio già da ora, mio caro 2018, e ti prometto che nulla di ciò che mi concederai andrà perduto. Tu, se puoi, evita di metterci troppo alla prova in questi giorni che verranno.

Con affetto,

Alessandra.

Ah, quasi dimenticavo: ricordati della cellulite!

Il disincanto del Natale

” – Chi siete e che cosa siete? – domandò Scrooge.
– Sono lo Spirito del Natale passato”

L’albero di Natale dei miei nonni era monumentale. Non perché fosse particolarmente prezioso o grande, anzi. I suoi addobbi erano così usurati dal tempo che non era raro trovare tra i rami stelle scheggiate, palline scolorite e soldatini di legno con una gamba sola. Le lucine a intermittenza erano spesso fulminate e i festoni spelacchiati gli davano un’aria quasi stanca. Ma tutto questo non importava a nessuno. Per tutti noi, adulti e bambini, quello era L’Albero ed era proprio per il suo carattere vintage e per il fatto che avesse visto passare tante vigilie che lo rispettavamo come fosse un membro anziano della nostra famiglia.
Una famiglia piuttosto disordinata, quasi caotica direi. Quella piccola stanza riusciva a contenere più di trenta persone e tanti, forse troppi, bambini che gridavano, si rincorrevano, costruivano capanne, distruggevano oggetti, spaventavano il nonno, litigavano, perdevano denti e sanguinavano piangendo, mamme che cucinavano e padri che chiacchieravano. Lui rimaneva sempre là, in quell’angolino del soggiorno ad osservarci dall’alto, con i piedi coperti da una miriade di pacchi e scatoline colorate.
Ricordo che amavo sbirciare da lontano quella massa di forme e colori, cercando di intravedere il regalo comprato apposta per me e giocare ad indovinarne il contenuto. Non ci riuscivo mai, era sempre una sorpresa.
E poi aspettare tutti insieme con infantile trepidazione – mista ad una taciuta paura – l’omone vestito di rosso con la lunga barba bianca che portava con sé, come per magia, tutte le scatole che fino a poche ore prima stavano in soggiorno. Ogni anno nella mia testa frullava sempre la stessa domanda: ma come fa Babbo Natale a tenere nella gerla i nostri regali che erano sotto l’albero? Quando è passato a prenderli?
Il non sapere mi tormentava. Scoprii la verità la sera della vigilia del 1988. “Tu non sei babbo Natale. Tu sei il mio papà”. In un lampo squarciai il velo dell’innocenza delle fantasie di ogni bambino e feci cadere le braccia agli adulti, colti in flagrante. Avevo smascherato Babbo Natale osservando attentamente l’orologio che portava al polso. “Questo è l’orologio di mio padre e hai pure la fede come lui. Sei papà”.
Fine delle fantasie natalizie, mie e degli altri bambini.
Poi, si sa, il tempo ha fatto il suo dovere. Ed è andato avanti. Ha cancellato volti e ne ha aggiunto altri. Ci ha dato nuovi spazi da vivere, lontani da dove siamo venuti. Ci ha messo su nuove e altre strade da percorrere. Ha ridotto in ombre e fumo noi e le nostre cose trasformandoci in ricordi. Perché di quei momenti che ho vissuto rimane solo questo, un flebile e delicato ricordo di cose che sono state e che non sono più.
Come il nostro albero, finito tra i rifiuti. Era troppo vecchio, i rami spezzati e spogli. Ma la verità è che ormai eravamo tutti cresciuti e nessuno lo guardava più. L’incanto era passato e la magia aveva lasciato il posto al disincanto.
Ma non tutto è andato via.
Lo osservo oggi sgambettare al ritmo di Jingle bells, ipnotizzato dalle luci dell’albero – un altro albero – o mandare baci bavosi a Gesù bambino nella mangiatoia, e mi ritrovo a fare con lui e per lui quegli stessi gesti, le stesse carezze e attenzioni che un tempo ho ricevuto anch’io, travolta da tutte quelle luci. Quello che è stato rivive oggi in mio figlio, in una nuova vita che si rinnova. Non siamo più gli stessi ma portiamo comunque dentro di noi la magia di ogni attimo di felicità vissuto in quei giorni di festa. E lo doniamo perché nulla vada perduto. Neanche il ricordo.