Date Archives settembre 2017

Ri-nascite

È passato parecchio tempo dall’ultima volta che ho pubblicato qualcosa su questo blog, un buco temporale durante il quale ho, in ordine:

  • Coltivato l’idea remota di un figlio
  • Concepito inaspettatamente il figlio
  • Custodito la piccola cellula grande quanto una lenticchia fino a farle raggiungere il modico peso di Kg 4,100
  • Comprato casa
  • Partorito il prodotto di una notte tutta fragole e champagne, di quelle “ma cosa vuoi che succeda?” dopo trenta ore di travaglio (non è un’esagerazione ad effetto, sono state veramente trenta ore)
  • Traslocato con 43°C
  • Iniziato a non dormire più

Quindi diciamo che non è che mi sia proprio girata i pollici, ecco. E se nei primi mesi non ho scritto nulla perché troppo impegnata a vomitare e negli ultimi troppo impegnata a farmela sotto per la fifa, eccomi oggi qui, con Franco Nembrini (mia più recente passione) come sfondo, a contemplare il mio erede che gorgheggia nella carrozzina.

Che poi mi ero fatta certe aspettative, io, su ‘sta storia della maternità, complici anche film e pubblicità per l’infanzia che mostrano madri sempre bellissime e in perfetto ordine e figli calmi e sorridenti. Wow – pensavo, accarezzandomi il pancione – presto anch’io sarò così. Anch’io cullerò felice e strafiga il mio placido figliolo e lo adagerò dormiente nella culla e gioiosa poi mi occuperò delle mie cose, della casa, del marito che, ovviamente, sarà felice e strafigo anche lui. Beh, non è proprio così che funziona. Tutte fandonie, direbbe Scrooge. Infatti è successo che in un attimo non ancora ben identificabile tutte le mie aspettative siano di colpo crollate, sbattendomi in faccia la nuda e cruda realtà: è tutto un continuo dolore. Prendiamo ad esempio l’allattamento. Dimenticate le donne che allattano sorridenti perché forse è così solo nelle fiabe. Fa male, tanto male. Ricordo ancora la mia prima volta. Dopo mezz’ora passata nel tentativo di aiutarlo ad attaccarsi e dopo essersi attaccato con la voracità di una belva affamata, stringendo con le gengive e tirando con forza per più di venti minuti, a fine poppata ho dovuto strappare un pezzo di carne sanguinante che penzolava dal mio povero capezzolo destro. Vi lascio solo immaginare le imprecazioni alla poppata successiva. O ancora, per fare un altro doloroso esempio, quando ho sbattuto la fronte contro il lavandino, quella mattina in cui mi sono addormentata seduta mentre facevo la pipì. Oppure le coliche, quei dolorini al pancino del bimbo che lo trasformano in un impossessato capace di urlare per nottate intere, senza che niente sia in grado di calmarlo.

E poi c’è un altro tipo di dolore, ma è un dolore più sublime, è quello che si sprigiona in noi con tutta la sua potenza nell’attimo in cui diamo la vita. Non è fisico, è più viscerale, più intimo. Perché ogni volta che una donna partecipa al grande mistero della Creazione una parte di lei muore per sempre per far spazio alla nuova vita che così si rinnova. In quel preciso istante tutte le certezze, tutti i programmi, i desideri passati si disintegrano e si diventa estremamente vulnerabili, facili prede di mille domande e solo gli anni che verranno riusciranno a dare una risposta (e a volte neanche quelli). È una fatica insopportabile rinunciare alla propria vita e stravolgerla ma tutto questo fa parte del gioco, come per il chicco di grano che se non muore non porta alcun frutto. Si sa i figli, soprattutto da neonati, sono dei despoti e decidono loro il come, il dove e il quando di tutte le nostre azioni e credetemi, fa male. Magari non proprio all’inizio del viaggio, ma settimana dopo settimana, quando accumuli ore di sonno perse e i nervi sono a pezzi e lui piange e tu hai mille cose da sbrigare e ti guardi allo specchio e non ti riconosci più in quel corpo e in quel viso stanco e non hai più neanche un attimo per te stessa, che so, per leggere un libro, truccarti, fare una doccia in santa pace, e vorresti dilatare il tempo perché le cose da fare, da ultimare, da sistemare, da ricordare sono sempre tante e ventiquattro ore non sono mai abbastanza, ma è esattamente in questi piccoli dolori quotidiani che dobbiamo dare una nuova direzione al nostro sguardo. Se lo manteniamo sempre fisso alla nostra altezza non usciremo mai da quel labirinto mentale, che poi altro non è che la tentazione di dire “non fa per me, non ce la posso fare”, perché è la nostra stessa fragilità umana che ci fa desiderare più tempo per noi, più forza, più ore di sonno, più libertà, più voglia di continuare a fare quello che facevamo prima e con gli stessi ritmi di un tempo. Se invece impariamo ad alzare lo sguardo verso l’alto, ecco che tutto trova il suo ordine, anche in una mente affollata e tormentata dagli ormoni.

Ho faticato ben quarantacinque lunghi giorni per capire tutto questo (o meglio, cercare di capire. Sono ancora all’inizio del cammino). È l’amore l’unica forza in grado di guarire le ferite dell’egoismo, l’unica via che mette ogni cosa al suo posto, che poi è sempre quello giusto. E che ci rende liberi. Anche quando non viviamo più solo per noi stessi.

 

(La foto di copertina ritrae i miei appunti su questo articolo. Sono stati scritti un po’ con la mano destra, un po’ con quella sinistra perché in quel momento stavo allattando il mio bambino. Eh sì! Una madre impara a fare anche questo!)