Date Archives aprile 2017

Come cane e gatto

“È solo per eccesso di vanità ridicola che gli uomini si attribuiscono un’anima di specie diversa da quella degli animali” (Voltaire)

Nel cortile dei miei genitori vive una numerosa colonia di gatti randagi. Variegata ed imprevedibile, da anni ormai ci avvisa con i suoi canti quando arriva il tempo dell’amore e con assordanti miagolii annuncia puntuale il rinnovarsi della vita. Da bambina amavo dar loro un nome. C’era Rosso, Mangiacacca, Codalunga, Ammazzascarafaggi, Musorotto e l’intramontabile Maramao. Li rincorrevo e indispettivo sperando di attirare la loro attenzione, ma niente, per loro era come se non ci fossi, ti venivano dietro solo se e quando portavi loro lische di pesce e avanzi di carne.

Ma torniamo al punto.

A fine 2016 una mamma gatto finì sotto le ruote di una di quelle macchine che spesso fingono di non vedere l’animaletto che attraversa la strada. Morta sul colpo. Nel cortile, una colonia in lutto e quattro orfanelli. Tre dei piccoli furono adottati da un’altra mamma gatto, del quarto si fece inaspettatamente carico il cane guardia del cortile accanto, un meticcio maschio a pelo lungo e biondo, con un occhio azzurro e l’altro nocciola. Ancora oggi, dopo quattro mesi, papà cane e figlio gatto vanno d’amore e d’accordo, tra leccatine, giochini con la coda e pomeriggi oziosi abbracciati sull’erba.

Già il fatto che sia stato un papà cane e non una mamma cane a prendersi cura di un cucciolo è di per sé un argomento che potrebbe aprire un modo di infiniti dibattiti, oggi attualissimi più che mai.

Il punto però è un altro.

Perché mentre americani e coreani si sfidano a chi ce l’ha più grosso (il missile, si capisce), la Turchia fa la gradassa, in Russia si gioca a ‘mamma Cicco mi tocca, toccami Cicco’, gli inglesi guardano l’Europa dall’alto in basso e una sempre più numerosa parte di cugini d’oltralpe di estrema destra si è totalmente bevuta il cervello, mentre innalziamo muri e schifiamo profughi, insomma, mentre assistiamo silenziosi alla fine del mondo non per volere divino ma per mano dell’uomo, due specie per antonomasia rivali fin dalla loro comparsa sulla terra hanno imparato a convivere e a rispettarsi nonostante le loro evidenti e insuperabili diversità.

Sto divagando? È probabile.

Fatto sta, però, che per l’ennesima volta il regno animale si dimostra superiore all’essere umano.

Mark Twain scrisse che tra tutti gli animali l’uomo è quello più crudele perché è l’unico ad infliggere dolore solo per il gusto di farlo.

Appunto.

Chissà, magari a breve definire i nostri rapporti “come cane e gatto” sarà per noi motivo di grande orgoglio.

Sentirsi dare dell’umano potrebbe invece bruciare presto come una grande e brutta offesa.

 

Amara terra nostra

“Sole alla valle, sole alla collina, per le campagne non c’è più nessuno”

Una lingua di terra fitta di casette, la cupola di una grande chiesa in ristrutturazione, vicoli. E poi mare, tanto mare, e un cielo che in esso si fonde e si confonde. Sono le immagini sfondo della pubblicità di una nuova fiction firmata RAI che verrà trasmessa prossimamente: “Il commissario Maltese”, regia di Gianluca Tavarelli, prodotto da Palomar. Il cielo e il mare sono di Trapani, la città che ha ospitato le riprese e che farà da setting alle puntate.

Trapani, la città dove sono nata e cresciuta, che mi ha nutrita con i suoi sapori e odori, consolata con il suo calore, affascinata con i suoi colori.

Ma è rabbia, non orgoglio, quello che provo nel vedere scorrere le immagini della pubblicità. Perché la mia generazione da Trapani non è stata solo coccolata. È stata anche tradita. Ci ha avvolti e cullati tra le sue onde e poi, con un colpo secco di scirocco, ci ha spediti lontano, là dove nessuno può più sentire il ciauro del mare e il fresco della tramontana. Lei può darci solo questo: sole e sale, gabbiani e processioni, cibo e tramonti. Non è riuscita a tenerci stretti, non ha opposto resistenza quando i nostri aerei hanno accelerato per il decollo e non ha neanche provato ad asciugare le lacrime che scorrevano sulle guance nel vedere dal finestrino la nostra città allontanarsi e farsi sempre più piccola.

Dove sono finiti, cara Trapani, quei bambini che si rincorrevano sotto i grandi e vecchi alberi della Villa Margherita?

Dove sono finiti quei ragazzi che invadevano le tue spiagge e la sera rendevano vive le stradine del tuo centro storico?

Che ne è stato delle promesse che gli hai fatto da piccoli?

Che ne hai fatto dei loro sogni, dei loro progetti?

Sono andati tutti via da te, Trapani, tu li hai lasciati andare e adesso te ne stai lì a guardare, tagliente come il maestrale in inverno, insopportabile come il libeccio ad agosto.

Poco importa se adesso il piccolo schermo ti darà un po’ di notorietà, Trapani. Neanche questo servirà a riscattarti: per noi ormai sarai sempre l’amara terra nostra.

“Addio, addio amore, io vado via, amara terra mia”

Una storia di amore e di tenebra

“Mentre gli uomini nascono e muoiono, i libri godono di eternità. Perchè le persone le si può uccidere come formiche, un libro no”

È a questo desiderio di perpetuità che Amos Oz  affida le sue memorie, il ricordo di un’intera vita. Dalle origini della sua famiglia (più di cento anni di storia familiare) fino al suo arrivo in Kibbutz, il racconto autobiografico si snoda in un alternarsi tra passato e presente, tra una Gerusalemme ancora ferita da quanto accaduto in Europa e sottomessa al controllo inglese e una Tel Aviv tutta splendore.

Due le forze che governano le esistenze dei personaggi (una galleria molto vasta: zii eruditi, nonne ossessionate dai germi, nonni donnaioli, padri insoddisfatti e madri depresse): l’amore e le tenebre. Come due estremità di una stessa corda esse si impongono nelle vite dei Klausner – vero cognome di Oz – fino a spezzarsi.

Questo è senza dubbio il nodo centrale della narrazione, la vita che si spezza e finisce. Il suicidio della madre a qualche mese dal Bar mitzwah del tredicenne Amos sarà infatti per lui la molla che lo spingerà a dedicarsi alla scrittura per dare l’immortalità a chi la morte l’ha scelta.

Un romanzo importante, impegnativo, a tratti pesante ma misurato nelle parole e mai esagerato, dove il rancore, il sentimento, la paura, la nostalgia, la paura si nascondono tra i ricordi. Sta al lettore trovare tutto questo e avvicinarsi così all’animo di un uomo che ancora oggi grida il suo perché contro chi gli ha dato la vita.

“Se fossi stato laggiù accanto a lei in quella stanza avrei di sicuro fatto il possibile per spiegarle perché no. E se non fossi riuscito a spiegarglielo avrei fatto di tutto per suscitarle compassione, pietà per il suo unico figlio”