Date Archives marzo 2017

Viaggio nel luogo del cuore

Tutti abbiamo nel cuore un luogo che ci fa sentire a casa anche se distanti.

Può trattarsi di un angolino all’ombra di un grande albero, di una grande piazza, di una casetta al mare o di una locanda di montagna.  È quel luogo che dà sempre la sensazione di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, dove il corpo si rilassa e l’animo fa pace con le sue nevrosi.

Il mio luogo del cuore è una panchina al centro di Roma. Lo so, mi piace vincere facile, Roma è Roma. Capitale del mondo, città eterna, dove tutto ha qualcosa da raccontare e ovunque ti giri respiri storia e bellezza.

La mia panchina, però, è lontana dal rumore dei fasti e dalle luci della ribalta. A due passi dall’isola Tiberina e facilmente raggiungibile a piedi dal Vaticano, si trova su una grande via – che poi è come una grande piazza – silenziosa testimone di una pagina triste della nostra Storia: è la panchina di via del Portico d’Ottavia che dà le spalle alla scuola ebraica e che si affaccia su Palazzo Manili. È lì che mi riposo dal mio solito giro che ormai da tre anni compio alla scoperta del ghetto ebraico di Roma ed è da lì che contemplo un mondo più vicino a me di quanto possa pensare, quello della comunità ebraica più antica d’occidente.

Non mi stanco mai di ritornare. Ogni anno scopro qualcosa di diverso tanto da raccogliere nel tempo informazioni e curiosità fino a stilare una sorta di lista fai da te su cosa vedere/fare/mangiare/ in questo magnifico quartiere, lista che adesso vorrei condividere con voi.

Entrando dal Lungotevere de’ Cenci, la Sinagoga in via del Tempio è la prima tappa. Eretta nei primissimi del ‘900, s’innalza in tutta la sua magnificenza come a dominare l’intero ghetto. In stile Liberty, si eleva su tre piani: quello terreno con due navate laterali, al centro delle quali si trova coperto da una spessa tenda il Rotolo della Legge; quello superiore chiamato matroneo e quello sotterraneo che ospita il museo e il Tempio spagnolo.

 

 

 

 

 

 

Interno SInagoga

 

Sulla stessa via si trova la libreria Kiryat Sefer, la libreria della comunità, il must di ogni mio viaggio. Ogni volta che ne varco la soglia, Libreria Kiryat sefer

chi mi accompagna sa già che non ne uscirò prima di un’ora. Il locale è piuttosto piccolino ma contiene un mondo di libri di cucina
kosher , di letteratura, libri sacri e per bambini. Ha anche un angolino dedicato alla vendita di oggetti sacri, tipo mezuzot  o il candelabro a sette bracci detto in ebraico menorah.

Al termine di via del Tempio si arriva in via del Portico d’Ottavia, la via principale (il nome della via ricorda ciò che resta del monumento che l’imperatore Augusto fece costruire per la sorella. Le rovine sono ancora presenti e visitabili nel ghetto). Qui la prima tappa è sempre e solo una: il forno Boccione. Gestito da non so quante sorelle (ogni anno ne conosco una nuova), da generazioni sfornano squisiti dolci della tradizione ebraico – romanesca. Ginetti, bruscolini, i cornetti caldi del mattino con crema al latte ma anche vuoti, challah con i canditi, biscotti alle mandorle, e poi le specialità ovvero la torta di ricotta e visciole (ricetta segretissima) e, ciliegina sulla torta, la pizza ebraica. È un tripudio di frutta secca e canditi fatti in casa, cotta fino a quasi bruciarla. La mia passione: lo scorso anno ho lasciato Roma con un vassoio colmo di 50€ di pizza, biscotti e biscottini.

pizza ebraica

All’angolo opposto, in Piazza Costaguti si trova ‘L’arte del pane’, l’antico forno Urbani. Lì, oltre a buonissime e svariate forme di pane e grissini (tutto rigorosamente Kosher), ho provato la classica pizza rossa. Se la si becca appena sfornata il rischio di morire per la troppa bontà è molto elevato. In vita mia non ho mai assaggiato qualcosa di così buono. Purtroppo non ho foto di questa bontà: la gola ha sempre la meglio sul buon senso.

Tornando in via del Portico D’Ottavia, se lo stomaco riserva ancora tanto spazio libero, vale la pena fermarsi nei diversi ristoranti Kosher. Li ho provati quasi tutti: ogni volta si entra snelli e pimpanti e si esce ancora più felici e obesi. Rigorosamente d’obbligo il carciofo alla giudia, la concia di zucchine e la carne secca.

Ma le sorprese non finiscono qui. Può capitare, infatti, strada facendo, di inciampare su delle piccole mattonelle e dover quindi abbassare lo sguardo verso il basso. Si tratta delle pietre d’inciampo,

pietre di inciampo

piccole targhe commemorative in bronzo e in stile sampietrino, poste dinanzi ad alcune abitazioni, con su inciso il nome, la data di nascita, il luogo di deportazione e la data di morte di chi lì ha vissuto fino alla mattina del 16 ottobre 1943 . L’obiettivo della nobile iniziativa è dare un’identità a chi è stato ingiustamente ammazzato non come persona ma come numero. Inciampare su di esse e fermarsi a leggere le incisioni permetterà di scongiurare il pericolo dell’oblio, sempre in agguato.

E così, stanca delle lunghe passeggiate, piena di acquisti in libreria e con la pancia strapiena, mi siedo sulla mia amata panchina e mi guardo intorno: la lunga fila da Boccione, bambini che escono da scuola, uomini in kippah, camerieri che aggiornano il menù del giorno sulla lavagnetta. Penso a quello che è successo, alle perdite che ha subito il quartiere (nessun bambino tornò vivo) e non posso non ammirare la costanza e la dignità di un popolo che, ormai da secoli, è sempre capace di rialzarsi e ricominciare da capo.

Magari con qualche ferita in più, ma sempre più forte di prima.

 

(foto di proprietà dell’autore)

Perchè amo il mio peccato

“Tutte le gioie del mondo lasciano un senso di amarezza” – Giovanni Verga

Sono senza speranza. Che poi me l’ero promesso e ripromesso mille volte, ripetendo a questa mia testa squilibrata sempre il solito mantra: “Alessandra, lascia perdere e non farlo mai più. Ci sei già caduta una volta e ne hai pagato le conseguenze. Allontanati da lui, ti fa solo del male. Non cercarlo, non stuzzicarlo. Fa’ come se non ci fosse, come se non l’avessi mai conosciuto”. E invece no, non ce l’ho fatta. Sono come i bambini, quando mi si dice no capisco sì e quindi anche questa volta sono caduta con pieno e deliberato consenso in tentazione. L’ho pensato, l’ho desiderato, l’ho cercato e una volta trovato l’ho spogliato nervosamente e poi… Estasi pura. Incontro di anime. Scambio di piaceri. Quando tutto è finito, stanca ma profondamente felice, mi sono alzata dal letto e ho raccolto le briciole di ciò che rimaneva di quell’indimenticabile incontro.

Adesso però, come dopo ogni grave peccato che si rispetti, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, piango e mi dispero per il misfatto compiuto, pentita a implorare perdono a chi il perdono non lo concede mai: l’ago della bilancia. Mi siedo sul bordo del letto e il rotolone di pancia che sbrodola fuori dalla maglietta mi ricorda che la colpa non è solo mia. Il vero problema, la causa principale, il serpente che mi ha tentata e fatta cadere è l’Antica Dolceria Bonajuto di Modica. Cavoli, lì il cioccolato lo sanno fare proprio bene!

Puro cacao aromatizzato alla vaniglia, alla cannella, al caffè, al peperoncino, a tutto quello che vuoi, ripieno di granella di zucchero semolato. Croccante, dolce e amaro in un solo morso.

 

Ditemi voi, come potevo resistere alla tentazione delle sei barrette che ho comprato con sguardo assatanato e gli occhi iniettati di sangue, al loro odore, sapore, alla loro bellezza? Già la prima tavoletta – quella alla vaniglia – l’ho fatta fuori in cinque minuti. Ma non da sola. E no, l’ho messa in mezzo ad un panino. La totale pace dei sensi, con la conseguenza che ora mi ritrovo con la serotonina, l’anandamide, la matilxantine e la  feniletilammina a mille e con una botta in testa. Perché oltre a farmi diventare come una vacca e donarmi brevi ma intensi momenti di felicità, il cacao mi fa venire anche il mal di testa. Del resto, quale amore non reca sofferenza?

pane e cioccolato

 

Non mi resta, dunque, che eseguire la penitenza e promettere solennemente di fuggire altre occasioni prossime di peccato.

Tanto so già che sono vergognosamente recidiva e che questa conversione durerà il tempo dell’apertura della dispensa. Mi basterà rivederlo per ripercorrere con la mente quei focosi momenti insieme, rivivere il suo odore e il suo sapore per dare subito un calcio allo sportello, schiacciare senza pietà il grillo parlante della mia coscienza, ributtarmi con lui sul letto e perdere per l’ennesima volta completamente la testa.

Selfie con i nonni

Nipoti di oggi, nonni di domani?

Già mi vedo. Vecchia, occhiali da talpa, capelli bianchi, senza denti con le labbra a effetto risucchio, accasciata su una poltrona con plaid sulle gambe, gatto ai piedi, l’erede di Barbara D’Urso in tv (perché lei, la D’Urso, sarà già da un bel pezzo in decomposizione), con mio nipote che mi chiede: “Nonna, com’era ai tuoi tempi?”, e io che gli dirò, “Come? Che hai detto?”, e lui – alzando il tono della voce – “com’era ai tuoi tempiii?”, e io con i timpani trapassato remoto, “perché non ho denti?”, e lui sfinito, “no!!! Com’era ai tuoi tempiiiiii?”, e io sempre più annebbiata avvicinerò le mie stanche e ormai inutili orecchie alla bocca dell’erede per captare almeno il senso della sua domanda, un po’ come accadde a me quasi dieci anni fa quando andai a portare i confetti della laurea alla bisnonna Maria, la nonna di mio padre, fresca fresca di 101 candeline. Fu un pomeriggio estenuante: rimasi con lei un’ora intera a gridarle all’orecchio che quelli che teneva in mano non erano i confetti del matrimonio – come aveva capito lei – ma della laurea. Poi, al momento di salutarla, io stremata, lei sempre pimpante mi disse “grazie dei confetti. Salutami tuo marito”, dimostrando così di non aver sentito e quindi capito completamente nulla.

Com’era ai tuoi tempi?

Tutti da bambini abbiamo fatto questa domanda ai nostri nonni. La curiosità di sapere cosa si faceva, si mangiava, con cosa si giocava, come si viveva è qualcosa che tocca tutti quei bambini che hanno la fortuna di condividere parte del loro tempo con i nonni.

Per quanto mi riguarda, questa era una mia fissazione. Mi perdevo nei loro racconti e adoravo quel mondo lontano che parlava di guerre, di bambole di pezza, di gatti chiamati Benito e balli organizzati per combinare matrimoni, di case senza televisione e di malattie strane e sconosciute, di maestre autoritarie e dalla mano pesante e di cavalli in carrozza. Morivo dal desiderio di poter avere una macchina del tempo tutta per me, accenderne il motore e scappare in quel mondo in bianco e nero, anche a costo di beccarmi le privazioni della guerra e la paura dei bombardamenti.

bambole

 

Oggi mi rendo conto che quei pomeriggi passati ad ascoltarli hanno lasciato in me qualcosa di molto importante che va al di là del semplice ricordo o della malinconia: il senso del rispetto verso il passato e verso chi questo passato l’ha vissuto sulla propria pelle. Del resto, si sa, i nonni sono libri di storia parlanti.

nonna

Tutto questo, però, mi fa riflettere: cosa racconterà la mia generazione ai suoi nipoti? Quando i bambini si avvicineranno alle nostre vecchie orecchie, di cosa parleremo con loro?

Forse di giocattoli gettati in un angolo ad un giorno dall’acquisto perché troppo viziati e quindi già stufi? Forse delle maestre che avevano paura di noi perché loro – le maestre – non potevano mica rimproverarci o darci un brutto voto, no, altrimenti i nostri genitori le avrebbero riprese? Forse dei pomeriggi passati su Facebook? O, perché no, sarebbe bello se raccontassimo loro della nostra perdita di contatto con la realtà, totalmente inghiottiti dalla vita social. Oppure dello smartphone. Ecco, potremmo raccontare che camminavamo per strada tenendo gli occhi incollati al telefono, intenti a inviare faccine che esprimevano i nostri stati d’animo perché non sapevamo più usare le parole. Dei selfie, poi, di tutte le foto fatte con la bocca a culo di gallina giusto per gonfiare la nostra voglia di apparire e delle dirette video fatte per informare la rete che ci si era spezzata un’unghia. E loro, i nostri nipoti, ci ascolteranno annoiati perché i nostri sono racconti senza passione, senza entusiasmo. E se ci faranno altre domande sarà solo per educazione, alzando lo sguardo su di noi per poi abbassarlo subito sull’ iPhone del futuro che chissà come sarà. Non è una demonizzazione del progresso. Piuttosto, una critica al cattivo, esagerato e, a volte, pericoloso rapporto che l’essere umano stabilisce con esso.

E davanti all’indifferenza del nipote non potrò fare a meno di ricordare con nostalgia le storie dei miei nonni, con la consapevolezza che se risuscitassero ora dai morti per farsi un giretto dalle nostre parti scapperebbero subito dritti al cimitero, nonostante il femore rotto e il disorientamento, per scavare la loro tomba, sotterrarsi una volta per tutte e giurare a se stessi di non tornare mai più fra i mortali.

Però, nonni, non andate subito via. Magari prima fatemi fare un selfie con voi!

nonni

 

Vietato dire non ce la faccio

“Ho un cromosoma in più ed è quello della felicità”

31 dicembre. La famiglia Orlando è riunita attorno ad un tavolo, tutto è pronto per il cenone di Capodanno. In sottofondo la voce del Presidente Mattarella che invia gli auguri agli italiani, elencando una serie di nomi di chi, per un motivo o per un altro, si è distinto positivamente durante l’anno ormai giunto alla sua fine. Fra tutti, risuona un nome: Nicole Orlando.

È così che inizia il libro scritto a quattro mani da Nicole Orlando e la giornalista Alessia Cruciani e che racconta la vita di una ragazza che ha fatto del suo cromosoma in più il trampolino verso la felicità.

Nicole sa di correre controvento, ma questo non la spaventa: quattro medaglie d’oro e un argento alle paralimpiadi ne sono la dimostrazione. Se poi aggiungiamo pure la sua partecipazione lo scorso anno al programma Rai ‘Ballando con le stelle’, beh, non possiamo darle torto quando si definisce una che <<spacca>>.

E Nicole spacca davvero. Spacca gli ostacoli, le difficoltà, le paure, i preconcetti e lo fa con semplicità, senza alcun vanto.

Il libro – che ha come titolo il motto di Nicole –  ci racconta tutto questo: le medaglie, la quotidianità in famiglia, gli innamoramenti, le volte in cui ha dovuto ricominciare da capo, le amicizie, l’amore per una nonna che non c’è più, la determinazione e la voglia di farcela che l’hanno portata ad essere oggi un grande, gigantesco esempio per tutti, non solo per chi condivide con lei il cromosoma in più. Un esempio anche per me. Per me, che ho sempre paura di tutto e di mettermi in gioco. Per me, che ho l’autostima nascosta sotto la suola delle scarpe. Per me, che penso sempre di non riuscire in niente. Una volta finito e chiuso il libro ho pensato: ‘vorrei tanto essere come lei’. Io, che ho tutti i cromosomi al loro posto.

nicole orlando

 

‘Vietato dire non ce la faccio’ è un libro che andrebbe letto non solo per capire e conoscere meglio la Sindrome di Down ma anche per riflettere su noi stessi e sul nostro modo di vivere la vita e tutte le opportunità che ci offre, giorno dopo giorno.

Lei, Nicole, queste opportunità se le gioca tutte, senza ma e senza se.

La sua vita è coraggio, curiosità, indipendenza, determinazione, instabilità, passione, amicizia, maturità, dolore, riscatto, divertimento, orgoglio, sfida, futuro.

E normalità.

Perché la Sindrome di Down è anche questo: straordinaria normalità.

 

Welcome, Julia!

Quando l’integrazione passa anche dalla tv

Un post pubblicato ieri su Facebook dalla pagina di Usa Today ha catturato totalmente la mia attenzione. L’articolo annunciava l’entrata di un nuovo Muppet  nel famoso programma televisivo americano per bambini Sesame Street: si tratta di Julia, una bambina- muppet dai capelli rossi con la frangetta e gli occhioni grandi tipici degli altri pupazzi come lei.

Qual è la novità? Nulla di particolare. Semplicemente, Julia è una bambina con autismo.

Incuriosita, vado dunque sulla pagina social del programma per saperne di più e lì scopro un tripudio di video, foto e articoli di benvenuto al nuovo personaggio, che debutterà nelle case degli americani a partire dal 10 aprile prossimo.

La campagna dei produttori e collaboratori del programma è chiara. ”Sesame Street e Autismo: scoprire il bello in ogni bambino”.

“Julia – diceva l’articolo – è una bambina di quattro anni che fa le cose in modo un tantino diverso”, ma questo non è per lei e per gli amici pupazzi un limite, anzi. È stata ideata e creata da esperti nel settore proprio per dimostrare il contrario.

Sfatare i pregiudizi e i falsi miti sull’autismo, è questo l’obiettivo di chi lavora dietro le quinte del famoso mondo in gomma piuma.

Non sarebbe una cattiva idea se anche noi in Italia imitassimo l’iniziativa nei nostri programmi dedicati all’infanzia, sempre se esista ancora uno spazio dedicatole (ricordo, ad esempio, con nostalgia l’Albero Azzurro e la marionetta dal becco giallo e il corpo di pezza a pois Dodò, per non parlare di Bimb Bum Bam e del cane rosa Uan. Trasmettono ancora qualcosa del genere?).

Non basta, infatti, che in ogni classe sia presente un alunno disabile: è necessario che i nostri figli si confrontino fin dalla prima infanzia con la consapevolezza che la “diversità” è sempre e solo una ricchezza e mai un limite o qualcosa di cui aver paura e che il confine tra “normalità” e  “disabilità” in realtà non esiste.

Se tutto questo deve passare  anche dalla tv, che ben venga: per la prima volta saremo felici di lasciare i nostri bambini davanti al piccolo schermo.

Dal 10 aprile, dunque, Julia darà voce ai tanti bambini americani con autismo e con altre difficoltà. A tutti gli altri, aprirà il cuore e la mente verso una maggiore sensibilità. Impareranno così pian piano a difendersi dall’ignoranza e a non fidarsi mai dei pregiudizi.

Il vero problema, a mio avviso, è se Julia riuscirà mai a fare tutto questo anche con gli adulti.

 

 

 

 

Israel Joshua Singer

“Ahimè, non c’è più nessuno. C’era un popolo e ora non c’è più. C’era un popolo e ora è scomparso” – (‘Canto del popolo ebraico’ – Itzhak Katzenelson)

 

Ho scoperto Israel J. Singer un pomeriggio autunnale di due anni fa quando mi colpì in libreria la copertina di un libro che, incuriosita, comprai e divorai in due giorni: ‘La famiglia Karnowski’ .

Galeotto fu il romanzo, tanto che nel giro di un mese riempii i miei scaffali di tutte le opere di questo autore grandioso che seppe donare alla letteratura internazionale il ricordo di un mondo che non c’è più (titolo, questo, della sua biografia data alle stampe anche come ‘La pecora nera’ ), quello del popolo ebreo – ashkenazita della Polonia e della realtà linguistica yiddish prima della peste nazista.

 

La famiglia Karnowski romanzo

 

Clicca sulla foto per una breve biografia dell’autore e la lista dei romanzi

Sono solita inserire nella categoria del ConsigliaLibro singoli titoli che, per un motivo o per un altro, ritengo meritevoli di attenzione. Questa volta, però, faccio un’eccezione: non presento un unico romanzo ma un autore unico e dal valore inestimabile.

 

Forse un tantino penalizzato dalla notorietà del fratello Isaac, Premio Nobel per la letteratura nel 1978, Israel Singer è uno scrittore ancora troppo poco conosciuto in Italia, a grave danno del nostro panorama culturale.

 

In tutti i suoi romanzi la voce del popolo sterminato rivendica la sua esistenza: come scrisse Moni Ovadia, “li sentiremo parlare solo nei libri dei grandi scrittori yiddish”, e Israel è di questo grande maestro.

 

Ambientate per la maggior parte nello shtetl  polacco di Lǿdz, le sue opere ci regalano personaggi indimenticabili, eccentrici, appassionati, litigiosi, rabbini in preda a scrupoli religiosi, sensali ossessionati dai matrimoni da combinare, donne con la parrucca, amori contrastati, famiglie minacciate da un’ultima, insopportabile persecuzione, uomini e donne le cui vite sono narrate da una prosa piacevole e mai ripetitiva, pur raccontando spesso di uno stesso ambiente sociale.

Da tutto ciò emergono forze e debolezze, tradizione e fede, voglia di modernità e istinto alla sopravvivenza di una realtà oggi quasi del tutto scomparsa.

shtetl polonia

 

Considero ogni singola pagina vergata da Singer come un dono ai posteri e dal peso storico importante che dovrebbe far riflettere sulla grave perdita che l’occidente ha subito a seguito della Seconda Guerra Mondiale, un occidente che si è privato per sempre di quel poco di umanità rimastagli, andata completamente in fumo e cenere in quei forni.

“Sappiamo che la storia non si fa con i se, ma possiamo capire dai potenti romanzi di Israel Joshua Singer che se il mondo non avesse permesso la crudele distruzione di quella stupefacente umanità, non solo avrebbe impedito il perpetrarsi di un immane crimine ma sarebbe oggi incomparabilmente più ricco, più giusto e poeticamente più vivo” – Moni Ovadia.

 

 

Storia di Alessandra e di una lumaca che le insegnò cos’è la libertà

I migliori incontri sono quelli ti lasciano qualcosa

 

La scorsa settimana ho intravisto per puro caso una lumaca che stava bavosamente passeggiando indisturbata nel cortile di casa, ignara dell’auto in retromarcia pronta a farla fuori in un attimo. Non ci penso su neanche un secondo: subito grido all’uomo di fermarsi e mi calo a raccogliere l’invertebrato. Quello là – l’uomo in auto – mi urla così qualcosa di molto palermitano che io, pur essendo molto siciliana, fatico a comprendere e va via, continuando ad imprecare contro di me. A me, però, poco importa: adesso l’animaletto è nella mia tasca, sano e salvo.

A casa, mi adopero subito per creare un giaciglio al vermetto con un po’ di terriccio, qualche foglia di insalata e una tegola dove rifugiarsi.

“Mosè! – gli dico (o le dico? Boh, poco importa. Le lumache sono ermafrodite, uno vale l’altro) – ti chiamerai Mosè! Non ti avrò salvato dalle acque, ma sei comunque ancora vivo grazie a me”.

 

Lo osservo tirar fuori le corna, ambientarsi nel nuovo giardino e in quel momento non posso non tornare indietro con i ricordi a quella lontana primavera del 1992, quando creai il mio primo rifugio per lumache in un piccolo incavo, nel soggiorno dei miei nonni. Erano proprio tante, tutte superstiti della terribile strage che i miei nonni chiamavano ‘babbaluci a ghiotta’ (zuppa di lumache). Le trovavo in cucina ancora vive in un colapasta intente a mangiucchiare pasta cruda e, sfruttando un momento di disattenzione della nonna, ne salvavo due, cinque, dieci, in base al tempo che avevo a disposizione per non farmi beccare.

La mia preferita era Piumone, un enorme vermone con un pezzo di guscio rotto. Forse era proprio per questo che lo amavo più degli altri, perché era diverso, si distingueva dalla massa. Ma una triste mattina di giugno scopro che Piumone non è nella casetta. Per farla breve, nella notte mia madre l’aveva accidentalmente schiacciato con tutto il suo leggiadro peso di nove mesi di gravidanza. Morto sul colpo. Carcassa fatta sparire velocemente per non turbare la bambina (cioè io). Interrogai per ore tutti gli adulti di casa: le loro storielle non mi convincevano. Così alla fine mia madre confessò ed io, io non lo so quant’è che ho pianto.

 

Ma torniamo a Mosè. Mi affeziono subito a lui, solo che il giorno dopo mi tira un brutto scherzo che risveglia in me atroci rimembranze: è scomparso. Lo cerco ovunque, ah, eccolo là sulla tv. Poi l’indomani sulla tenda, il giorno dopo ancora sul muro, e così per altri cinque giorni fin quando non scompare del tutto. Svanito. Evaporato. Non mi resta quindi che raccogliere i residui mangiucchiati dai suoi ventunomila minuscoli dentini affilati, lasciati lì come biglietto d’addio.
“Clicca sull’immagine per approfondire sulle chiocciole”

Chiocciola
Lumaca

“Grazie cara per il vitto e l’alloggio, ma mi dispiace devo andare, il mio posto è là”.

Grazie un corno, brutto vermaccio viscido e puzzolente! Scema io che per colpa tua mi sono beccata gli insulti di quello in retromarcia, che per te ho tolto cacchine sparse ovunque, che per te facevo attenzione a dove mettevo i piedi per non ammazzarti. E scema io che ti ho voluto bene, che ti lasciavo sbavare il mio braccio solo per il piacere di passare qualche minuto insieme, che mi affeziono ad un verme.

Così, sedotta e abbandonata, getto via la casetta e tutto ciò che rimane di questa breve ma intensa amicizia.

 

Stamattina, però, sotto la doccia mi salta in mente un pensiero: Mosè non è scappato, ha semplicemente seguito la sua natura.Non è nato per vivere chiuso in una casetta artificiale ma è stato creato per lunghi e lenti viaggi. A sbagliare ero io che volevo trasformarlo in quello che in realtà non è.E mentre insapono i capelli, mi rendo conto che spesso tendo a comportarmi così anche con le persone, per una sorta di egoismo o insicurezza tendo ad appropriarmi di chi amo, sacrificando così la libertà dell’altro. Non è così che funziona. Non apparteniamo a noi stessi, figuriamoci ad un altro mortale come noi.

Nasciamo dall’amore e di amore e per l’amore siamo fatti. Quindi non devo incazzarmi con Mosè se ha deciso di andar via, ma essere felice per quello che sono riuscita a dargli in questi giorni: le verdurine, il terriccio sempre fresco, le cacche spazzate via, l’avergli salvato la vita. Tutto questo non deve essere una scusa per ricevere poi altro in cambio, ma gesti fatti solo con amore, senza un tornaconto, e così dovrebbe essere nelle tante relazioni che allacciamo con le persone. Amare incondizionatamente e indistintamente, senza pensare ai ma, ai se, al poi: doneremo così la vera libertà non solo all’altro, ma soprattutto a noi stessi.

 

Quindi, caro Mosè, siamo pari: io ti ho salvato la pelle e il guscio, tu mi hai insegnato una grande cosa. Adesso vai, sbava ovunque e goditi il tuo lento viaggio. Però, mi raccomando: fa’ attenzione alle auto in retromarcia!

 

 

21 marzo 2017 – Giornata mondiale della Sindrome di Down

Nessun bisogno speciale, solo bisogni umani

 

Se l’anno scorso – in occasione della Giornata della Sindrome di Down 2016 – il CoorDown ci invitava con un breve ma intenso spot a riflettere su noi stessi e a interrogare il nostro modo di vedere le persone con questa sindrome, il lavoro che ha realizzato quest’anno è proprio una doccia fredda. Non basta infatti fermarsi a considerare con quali occhi ci avviciniamo a queste persone, è necessario anche riflettere su come noi stessi ci relazioniamo con loro.

GUARDA IL VIDEO

Ammetto che il nuovo video mi ha spiazzata e non importa che io sia cresciuta insieme alla sindrome di Down grazie a mia sorella, perché mi rendo conto che molte cose ancora non le ho capite e che altre le ho vissute male. Spesso, infatti, siamo noi genitori e fratelli i primi a vedere ostacoli ovunque, a crescere quel bambino come se il mondo esterno possa in qualche modo fargli male, a considerarlo “speciale” non nel senso positivo del termine ma in quello negativo, come se necessitasse solo di cure a lui esclusive e basta. Non lo facciamo per disagio o vergogna, né per ignoranza: all’inizio siamo semplicemente disorientati. Io stessa più volte ho chiamato e considerato mia sorella “speciale”, pensando a lei come una bambina bisognosa solo di cure e tante coccole.

Lo spot ci schiaffeggia e ci sveglia proprio da questo modo di agire e di pensare.

“Non siamo speciali, siamo umani” è il messaggio che gridano a gran voce i ragazzi protagonisti del video e lo fanno con ironia, mettendosi in gioco e – perché no – scimmiottando anche tutti i pregiudizi.

La Trisomia 21 non è una malattia. Le persone con un cromosoma in più non sono eterni neonati da accudire. È vero, probabilmente la loro vita va leggermente più a rilento della nostra ma non finisce qui, non si blocca davanti al muro. Loro, quel muro, riescono a scavalcarlo. Posso e devono farlo.

Sono uomini e donne con un carattere, con dei sogni, con precise capacità e fruttuosi carismi, hanno le loro passioni, i loro desideri, le loro antipatie. S’innamorano, lavorano, raggiungono alti livelli di autonomia e riescono senza problemi a gestire le loro giornate come meglio credono. Cercano e hanno il diritto di trovare un posto nel mondo tutto per loro, non necessitano di certo della nostra compassione. Nulla di strano, nulla di “speciale”.

Ringrazio di cuore chi ha partecipato alla realizzazione del video. Vederlo e ascoltarlo mi ha aiutata a fare un grande passo in avanti verso una maggiore consapevolezza di mia sorella e delle altre persone con la sindrome di Down che ho avuto la fortuna di conoscere. Non si smette mai di imparare e spesso si impara di più proprio dove si pensava che fosse impossibile.

“Tutto quello di cui abbiamo bisogno è un’istruzione, un lavoro, opportunità, amici, amore. Proprio come tutti”

Istruzione, lavoro, opportunità, amici, amore…

 

Sono questi, per caso, bisogni speciali?

 

 

 

UN PAPÁ DA IMITARE

Non è un caso che la festa del papà coincida con il ricordo di San Giuseppe. Di lui le Scritture parlano poco ma, in fondo, raccontano tanto. Figura silenziosa e umile, sposò una donna rimasta incinta per opera di un mistero troppo grande per essere compreso dalla ragione umana e accolse e amò quel bambino come fosse suo: lo aiutò a crescere, gli insegnò un mestiere e lo accompagnò nel suo percorso fino a diventare un uomo. Giuseppe visse la sua vita nel totale abbandono alla volontà di quel Dio che, in un momento di umano smarrimento, lo chiamò ‘uomo giusto’ e gli disse di non temere perchè quel figlio che di lì a poco avrebbe visto la luce sarebbe stato un giorno il ‘Dio con noi’. Con il suo sì Giuseppe contribuì così al compimento della profezia che diede al mondo l’Emmanuele.
San Giuseppe
È a lui che dovrebbero ispirarsi i papà di oggi: al suo coraggio, alla sua fermezza, alla sua umiltà, alla sua capacità di dire “mi fido di Te” anche quando le cose sembrano complicarsi, alla forza di sostenere il peso delle responsabilità sulle proprie spalle, al suo silenzio. Non esiste esempio più grande.
Auguri, dunque, a quei papà che in un modo o nell’altro lo ricordano, spesso senza neanche rendersene conto: a quelli che ogni giorno si alzano prima ancora del sole per poter pagare gli studi ai figli e a quelli che, distrutti, la sera tornano a casa e trovano le forze per giocare con loro.
Auguri a quei papà che faticano ad arrivare a fine mese e a quelli che hanno dovuto allontanarsi da casa per un lavoro lontano.
Auguri a quei papà che crescono i figli da soli e a quelli che sono riusciti ad amare un bambino figlio di un’altra cultura come fosse carne della loro carne.
Auguri a quei papà che aspettano che la vita si rinnovi ancora una volta e a quelli che hanno nel cuore il desiderio di poter presto contribuire a questo grande miracolo.
E auguri a tutti quei papà che dal cielo continuano a guidare e a proteggere i propri figli come fossero ancora i loro bambini.

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Come le chiocciole

La natura ha le risposte per tutto. Nulla è lasciato al caso, nulla è fuori dal suo controllo, tutto viene da lei e a lei ritorna. In essa ritroviamo noi stessi e nel continuo ascolto delle sue vibrazioni accogliamo segnali di rinascita.

Consideriamo le chiocciole, esempio che riporto con la certezza della mia diretta verifica avendo io stessa osservato con i miei occhi questo bellissimo fenomeno. Quando a questi animaletti viscidi si rompe una parte del guscio, a seguito di una caduta o dopo un attacco fallito di un predatore, ecco che la chiocciola ferita cerca un luogo umido dove sotterrarsi per un lungo tempo. Lì, sotto le viscere della terra, da sola, ricostruisce la parte mancante della sua casetta creando una serie di spirali perfette e solo quando la ferita è completamente guarita torna su alla sua vita di prima.

È sempre la stessa, ma adesso ha un guscio nuovo.

Come faccia non lo so e probabilmente non lo sa neanche lei, semplicemente segue l’istinto, si abbandona totalmente alla natura e alle sue potenti forze e ritrova così le sostanze necessarie alla sua guarigione.

Se anche l’essere umano ad ogni no, ad ogni delusione, ad ogni perdita, ad ogni sconfitta, ad ogni progetto fallito, ad ogni separazione reagisse cercando un posto dentro il quale ‘sprofondare’, da solo, nel totale silenzio e senza limiti di tempo o forzature esterne, probabilmente riuscirebbe anche lui a trovare quelle forze utili a ricucire la ferita, per poi ritornare a galla alla vita di sempre.

C’è chi crede nell’esistenza di forze vitali, di energie primordiali che ci proteggono e che sono insite in noi stessi.

Io l’unica forza in cui credo è quella della fede.

Se solo provassimo a cercare nel silenzio e nella preghiera le risposte alla nostra sofferenza, qualunque essa sia, e se solo riuscissimo a fidarci della potenza della nostra fede, forse saremmo anche noi in grado di guarire con fatica la nostra ferita e risalire su uguali a prima, ad ogni caduta.

Ed ogni volta con un guscio sempre più forte.